Al Teatro Bellini dal 27 gennaio al 1 febbraio
La città dei vivi ricostruisce un episodio di cronaca nera sottraendolo al realismo giudiziario, per collocarlo in una dimensione rarefatta, in cui Roma non è più un semplice sfondo narrativo ma un’atmosfera mentale che sfida i limiti spaziali e temporali. La città si sospende, perde i suoi contorni riconoscibili e diventa spazio simbolico, campo di forze in cui bellezza e violenza non si oppongono ma si contaminano. È in questa zona grigia che prende forma il delitto, non come eccezione mostruosa ma come possibilità inscritta nel tessuto stesso del vivere contemporaneo.
La regia e la drammaturgia di Ivonne Capece riescono a tenere insieme due esigenze solo apparentemente inconciliabili: da un lato la fedeltà all’impianto narrativo e tematico del testo La città dei vivi di Nicola Lagioia, dall’altro la costruzione di una macchina scenica autonoma, capace di tradurre la materia letteraria in esperienza teatrale. Capece non mette in scena il romanzo, ma ne assume il gesto: l’ossessione conoscitiva, l’attraversamento del male come interrogazione che non concede assoluzioni. Il teatro diventa così luogo di esposizione, non di spiegazione.
La scena (Rosita Vallefuoco e Michele Lubrano Lavadera), popolata da busti che rimandano all’iconografia classica e all’arte romana, lavora per sottrazione e stratificazione simbolica. Quei frammenti di corpo, idealizzati e mutili al tempo stesso, evocano un doppio movimento: da un lato la seduzione della forma, dall’altro la sua irrimediabile frattura. Il busto diventa così emblema di un corpo spezzato, di una bellezza amputata, ma anche di un passato che osserva il presente senza più possedere gli strumenti per decifrarlo. La classicità, in questo contesto, non mira a offrire risposte, non garantisce ordine: resta come rovina muta davanti a un presente che ha smarrito i propri argini morali.
In questo impianto visivo si innesta un lavoro sulle luci di Luigi Biondi, decisivo nel definire il tono dello spettacolo. Il disegno luminoso restituisce alla vicenda una qualità quasi grottesca, disturbante, che rifiuta ogni tentazione di pathos consolatorio. La luce scava, isola ed esaspera i corpi, rendendo percepibile l’ambiguità di un delitto che nasce all’interno di un gioco sessuale privo di limiti, in cui anche la morte finisce per essere contemplata come possibilità legittima. È proprio questa deformazione percettiva a impedire allo spettatore di rifugiarsi in una distanza morale rassicurante.
Fondamentale è la dimensione corale del lavoro attoriale. Gli interpreti in scena (Sergio Leone, Daniele Di Pietro, Pietro De Tommasi e Cristian Zandonella) e quelli in video – presenze reali e semi-olografiche che si rispecchiano e si contaminano (Tindaro Granata, Arianna Scommegna, Pasquale Montemurro, Marco Té, Samuele Finocchiaro, Stefano Carenza, Pietro Savoi, Lorenzo Vio, Ioana Miruna, Penelope Sangiorgi, Barbara Capece, Luigi de Luca, Pietro Gennuso, Giuseppina Manaresi, Olmo Broglia Anghinoni) – costruiscono un tessuto performativo compatto, in cui nessuna voce emerge come definitivamente centrale. È una coralità faticosa, fisicamente logorante, che richiede una presenza costante e un’esposizione continua del corpo dell’attore. La tensione non è affidata a singoli picchi drammatici, ma a un accumulo progressivo che trova il suo punto di massima intensità nella parte finale dello spettacolo, dove la scena si fa volutamente disturbante. Un disagio necessario, che costringe lo spettatore a confrontarsi con le dinamiche dell’atto efferato senza la protezione della distanza simbolica.
Sul piano tematico, La città dei vivi (una produzione Elsinor Centro di Produzione Teatrale, TPE Teatro Piemonte Europa, Teatri di Bari, Fondazione Teatro di Napoli – Teatro Bellini, Teatro di Sardegna) non interroga solo la responsabilità individuale dei carnefici, ma chiama in causa una responsabilità più ampia, diffusa. Il rapporto genitori-figli, l’educazione sentimentale mancata, il vuoto di senso che attraversa una generazione cresciuta tra iperstimolazione e assenza di limiti, affiorano come domande irrisolte.
In questo senso, la Roma che emerge in scena – caotica, indifferente, magnificente e crudele – non è solo la città del delitto, ma una metafora potente di una società che osserva, consuma e rimuove. Fare teatro, qui, significa esporsi all’abisso senza pretendere di illuminarlo del tutto. E accettare che alcune domande, una volta formulate, non possano più essere messe a tacere.
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