Al Cinema dal 29 gennaio
Il 5 febbraio, al Cinema Metropolitan di Napoli, la proiezione delle 21 di Le cose non dette si è aperta con la presenza in sala del regista Gabriele Muccino. Un ingresso amichevole, diretto, capace di creare immediatamente un clima di prossimità con il pubblico. Il regista si è raccontato con entusiasmo e ironia, soffermandosi su ciò che accade dopo la fine delle riprese: quel momento in cui, dopo anni spesi a scrivere, dirigere e dare forma a una storia, il film smette di appartenere a chi lo ha creato e inizia a vivere negli sguardi degli altri. Un distacco necessario che trasforma l’opera in qualcosa di condiviso e, proprio per questo, più vulnerabile.
Tratto dal romanzo Siracusa di Delia Ephron (Fazi Editore, 2016), Le cose non dette si muove su un terreno ibrido, dove il racconto assume i contorni di un giallo emotivo, intrecciandosi con una commedia corale. La storia si apre con la nascita della coppia composta da Carlo (Stefano Accorsi) ed Elisa (Miriam Leone). Carlo è un docente universitario di filosofia morale, diventato noto grazie a un romanzo di successo e ora attraversato da una fase di stallo creativo; Elisa è una giornalista affermata, abituata a uno sguardo internazionale, ma anch’essa sospesa in un momento di attesa, personale e professionale. Il loro rapporto è segnato da un equilibrio fragile, attraversato da un dolore silenzioso che incide sul quotidiano. Attorno a loro si muove Paolo (Claudio Santamaria), amico storico di Carlo, insieme alla moglie Anna (Carolina Crescentini) e alla figlia Vittoria (Margherita Pantaleo). Fin dall’inizio, Muccino mostra come le relazioni non si dispongano mai in modo stabile: coppie che diventano trii, trii che si spezzano, legami che si ridefiniscono continuamente secondo geometrie mobili e mai definitive.
Tutto è già visibile, come nella vita reale, ma il senso complessivo emerge solo a posteriori; è lo stesso Carlo a suggerire questa chiave di lettura durante una sua lezione all’università, quando afferma che la vita può essere compresa davvero solo a ritroso. Tra gli studenti c’è anche Blu (Beatrice Savignani), una giovane donna attraversata da un desiderio di rottura e di colpi di scena, che richiama l’archetipo tragico della commedia greca: una forza giovanile spinta dalla tracotanza, libera dal peso degli anni e ancora ignara delle conseguenze delle proprie scelte.
Il modo di stare al mondo di Carlo ricorda l’incapacità, tipica dei neonati, di riconoscere la permanenza dell’oggetto: ciò che non è davanti ai suoi occhi smette di esistere. Vive interamente nel presente, aderendo con totale intensità alla situazione che attraversa, dimenticando ciò che viene prima e ciò che verrà dopo. Ama profondamente, ma sempre nell’istante in cui ama, senza riuscire a tenere insieme le diverse parti della propria vita. Una figura fanciullesca, incapace di sostenere il peso della continuità emotiva.
Il personaggio di Anna, attraverso lo sguardo di Paolo, appare dominata da manie e psicosi, eppure basta ascoltare con attenzione le sue parole, osservarla nel rapporto con la figlia, per comprendere come dietro il controllo ossessivo si nasconda una funzione di tenuta. Anna è colei che ha sostenuto la famiglia nell’assenza di un padre assorbito dal lavoro e nella consapevolezza di dover gestire da sola la complessità dell’adolescenza. Quando dice al marito: «Mi rendo conto che tu non sai tutto quello che io faccio per voi» il suo controllo emerge come una reazione estrema a una responsabilità portata interamente da sola. Il film si interroga sulle conseguenze di questo bisogno di trattenere, di governare il tempo e la crescita della figlia.
Elisa, forse più di tutti, è il personaggio che crede nella possibilità di un equilibrio. Fa forza sul passato, sulla storia condivisa, sulla continuità delle cose. Il suo sguardo è orientato al bene, al desiderio che le persone che ama possano stare bene. Per questo motivo propone una vacanza a Tangeri come meta per ritrovare armonia e ispirazione: un luogo carico di memoria, di stratificazioni culturali, che nella sua visione potrebbe offrire una distanza fertile dal presente. Elisa non è cieca di fronte alla crisi della coppia; al contrario, si confronta apertamente, dichiara ciò che sente, attraversa il conflitto, eppure, per lunghi tratti, sceglie di non ammettere fino in fondo il mutare della relazione: significherebbe rinunciare alla speranza che le cose possano rimettersi a posto. La sua attesa è fiducia nel tempo, nella parola, nella possibilità che il dolore abbia un senso.
Questa tensione verso l’equilibrio è profondamente legata all’impossibilità di diventare genitori. L’attesa di un figlio diventa il luogo simbolico in cui si concentra il desiderio di completezza: l’idea che la coppia possa trovare stabilità trasformandosi in trio. Il film, però, mostra come anche questa certezza sia fragile, come l’equilibrio cercato con ostinazione possa incrinarsi di fronte alle geometrie imprevedibili della vita.
Qui si solidifica il già forte legame di amicizia tra Elisa e Paolo, entrambi abitano la stessa temporalità: l’attesa. Confidano nel tempo, nella possibilità che le cose cambino senza essere forzate. Questa affinità spiega, per contrasto, le loro scelte sentimentali: entrambi si innamorano di partner incapaci di stare fermi, immersi nell’azione. Carlo esplora, vive l’istante; Anna governa e interviene. L’azione diventa ciò che manca a chi attende. Muccino osserva come questo equilibrio si incrini quando l’attesa si prolunga e l’azione diventa fuga o controllo.
A questo punto Tangeri assume il valore di detonatore. Come nei meccanismi classici del giallo, la concentrazione dei personaggi in uno spazio circoscritto rende inevitabile l’esplosione della tensione. Una città raccolta, lontana dalla frenesia moderna, in cui emergono verità nascoste.
Le cose non dette sul finale tocca uno dei suoi nodi più profondi: l’incapacità di imparare davvero la lezione. Nonostante il caos, nonostante la frattura, i personaggi sembrano destinati a tornare ancora una volta al tentativo di controllo. Il film si chiude, ma solo in apparenza. A uno sguardo più attento, il finale resta aperto: le geometrie non si sono ricomposte, il disordine non è stato domato e da quell’evento nascono nuovi squilibri, altri segreti, altre cose non dette. Muccino racconta un ciclo: quello di vite che continuano a muoversi tra il desiderio di ordine e l’inevitabilità del caos, senza mai smettere di cercare un equilibrio che, forse, per sua natura, non può essere definitivo.
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