Recensioni

Come gli uccelli – di Wajdi Mouawad, regia di Marco Lorenzi

Al Teatro Bellini dal 10 al 15 Febbraio

Come gli uccelli è uno spettacolo necessario, di rara potenza espressiva. Ogni parola e ogni gesto sembrano alimentare ali pronte a spiegarsi nel volo o a precipitare in picchiata, come accade ai protagonisti, coinvolti in una saga familiare complessa e stratificata, profondamente radicata nel reale e tuttavia capace di assumere un valore universale.
La vicenda ruota attorno all’amore tra Eitan, giovane tedesco di famiglia ebrea, e Wahida, americana di origini arabe. Un evento traumatico li conduce in Israele, facendo emergere conflitti familiari, identitari e politici che affondano le radici nella storia israelo-palestinese. Il titolo Come gli uccelli richiama l’immagine degli uccelli migratori, simbolo al tempo stesso di libertà e di sradicamento: come loro, i personaggi attraversano confini geografici e culturali, sospesi tra il desiderio di appartenenza e la necessità del distacco.
L’identità individuale si intreccia costantemente con quella collettiva: può diventare rifugio e conforto, ma anche peso e colpa. Nido e volo, radicamento e fuga, sono polarità che il testo mette in tensione continua, ribaltando ogni certezza. La volontà di appartenere a una comunità può sostenere e proteggere, ma anche imprigionare e condannare. Nulla è come appare; solo la disponibilità a cambiare rotta consente una trasformazione autentica, tanto sul piano personale quanto su quello storico.
L’umanità, fragile e imperfetta, emerge come unica possibile risposta alla spirale delle azioni individuali e collettive. Wajdi Mouawad, nato in Libano e cresciuto in esilio tra Francia e Canada, ha più volte dichiarato come il tema dell’identità e della frattura culturale sia centrale nella sua vita e nella sua poetica.


Nel testo affiorano richiami onirici e sacrali: il divino si insinua nelle parole, nei silenzi, nelle ire e nelle relazioni tra i personaggi. Lo spettatore è costantemente sollecitato a mettere in discussione il proprio punto di vista, a riconoscere la parzialità di ogni verità. Che cosa è giusto? Che cosa è sbagliato? Qual è la nostra verità, se non quella filtrata dalla nostra esperienza? La più grande operazione compiuta dallo spettacolo consiste proprio nell’aprire uno spazio di riflessione critica, invitandoci a “spiegare le ali”, ad attraversare il conflitto non per schierarci, ma per comprendere.
Oltre alla forza del testo, è la corporeità a farsi veicolo di senso: un gesto minimo, un paio di occhiali da sole, può condensare un inizio, una fine, una rinascita. Particolarmente intensa è la relazione con la madre, figura che si sovrappone simbolicamente alla terra d’origine: luogo di scontro e insieme di abbraccio, evocato in un’immagine scenica che richiama, per potenza iconica, la Pietà michelangiolesca.
La regia di Marco Lorenzi si distingue per equilibrio e sensibilità: accompagna il testo con discrezione, evitando ogni compiacimento, e lascia che siano le parole e i corpi a occupare il centro della scena. La scenografia e i costumi di Gregorio Zurla, mai invasivi, dialogano organicamente con l’impianto registico. Il muro che domina lo spazio scenico assume una funzione polisemica: superficie su cui le parole si stratificano come tracce di memoria, elemento di separazione da infrangere, ma anche metaforica lancetta del tempo che ruota su se stessa, imprimendo nella materia scenica le ferite della storia.


L’intera pièce si regge sulla prova magistrale e generosa del cast — Federico PalumeriFrancesca OssoBarbara MazziIrene IvaldiRebecca RossettiAleksandar CvjetkovićElio D’AlessandroSaid EsserairiRaffaele Musella— capace di restituire con intensità e precisione la complessità emotiva e politica del testo. Gli interpreti conducono lo spettatore attraverso quasi tre ore di spettacolo con un’energia che alterna leggerezza e incisività: leggiadri come rondini nel tratteggiare le sfumature intime, potenti come aquile nell’affrontare i vertici tragici della vicenda. Ne risulta un’esperienza teatrale che non si limita a raccontare una storia, ma chiama in causa, con urgenza, la nostra responsabilità di spettatori e di esseri umani. “Non siamo che quarantasei cromosomi tutto il resto è una storia che ci raccontiamo”.

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