Recensioni

Jucatúre – di Pau Miró, traduzione e regia di Enrico Ianniello

Al teatro Diana dall’11 al 22 febbraio

Jucatúre, adattamento napoletano del testo di Pau Miró, porta in scena una storia fatta di attese, fallimenti e ironia amara. Quattro uomini si ritrovano attorno a un tavolo per giocare a carte, ma il gioco diventa presto solo un pretesto: discutono, raccontano, si provocano. E soprattutto si rivelano.

C’è il barbiere rimasto senza lavoro, il becchino logorroico che considera il proprio mestiere il migliore mai svolto, il teatrante in cerca di un successo che non arriva e un professore universitario di matematica sospeso dopo uno scatto d’ira contro uno studente. Non è il passato a unirli, ma il presente: sono tutti fermi in una fase di stallo, sospesi in un tempo che non evolve. Il tavolo da gioco diventa così un rifugio, un luogo dove congelare la realtà. Peccato che anche le partite restino spesso incompiute, interrotte da discussioni e riflessioni che finiscono per contare più delle carte stesse.

L’adattamento in lingua napoletana firmato da Enrico Ianniello, che cura anche la regia dello spettacolo, non è una semplice traduzione, ma un lavoro di riscrittura che mantiene lo spirito dell’autore e allo stesso tempo conferisce con la sua regia ritmo e autenticità alla partitura scenica. Il cast – Antonio Milo, Adriano Falivene, Marcello Romolo e Giovanni Allocca – regge la scena con grande equilibrio. Il ritmo è sostenuto, i tempi comici sono precisi, e la complicità tra gli attori permette al testo di scorrere con fluidità, alternando leggerezza e malinconia senza forzature. Ognuno costruisce il proprio personaggio con misura, evitando caricature e lasciando emergere le fragilità sotto la superficie ironica.

Produzione Diana OR.I.S., Jucatúre non giudica i suoi personaggi e non li salva, li osserva mentre si raccontano, si contraddicono, si illudono. Le carte diventano un alibi, un modo per rimandare decisioni e responsabilità, mentre il tempo scorre senza produrre cambiamenti reali. C’è qualcosa di profondamente riconoscibile in questa dinamica: la tentazione di restare fermi, di trasformare l’attesa in abitudine. 

Jucatúre non offre soluzioni né svolte clamorose. Non c’è un riscatto definitivo per questi uomini. Ma forse è proprio questa assenza di risposta a rendere lo spettacolo autentico: racconta con leggerezza e ironia la difficoltà di cambiare, la paura di ricominciare, la tentazione di restare fermi. E lo fa senza moralismi, lasciando allo spettatore il compito di riconoscersi (o meno) in quelle vite sospese.

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