Al teatro Bellini dal 24 febbraio all’8 marzo
L’allestimento di Sabato, domenica e lunedì rappresenta una sfida significativa per Luca De Fusco che, nel corso del suo percorso artistico, si è confrontato con le drammaturgie degli autori più celebri, da Shakespeare a Čechov, passando per Pirandello, garantendo sempre una riconoscibile coerenza stilistica. Coerenza che, tuttavia, sin dalla sinossi di questo nuovo allestimento viene volutamente disattesa.
Mancano le proiezioni video e le coreografie inedite che hanno spesso costituito un elemento di forte fascinazione nel panorama registico di De Fusco. Qui la regia sceglie consapevolmente di sottrarsi, di lasciare spazio ai volumi interpretativi degli attori in scena: l’intervento del regista non deve operare in modo evidente, ma arretrare per consentire alla partitura drammaturgica di emergere nella sua potenza interna. La conoscenza di De Fusco di questo testo affonda, d’altronde, in un precedente allestimento del 2019 in Russia. Pur essendo diversi gli interpreti e l’impianto complessivo della messinscena, è chiaro che questa nuova produzione evidenzia una profonda consapevolezza di un testo che presenta connotati di drammaticità forse unici nel panorama della drammaturgia eduardiana.
La preparazione del pranzo del sabato, che deflagra nel litigio della domenica per poi tornare a una dimensione di chiarimento e normalità nel lunedì, mette in luce, da un punto di vista più strettamente testuale, quella componente quasi beckettiana, quel retrogusto drammatico e amaro che consacra Eduardo tra i principali drammaturghi del teatro europeo del Novecento. La ciclicità del conflitto domestico, l’impossibilità di sottrarsi a dinamiche che si ripetono, la sospensione tra ironia e tragedia costruiscono un impianto che va ben oltre il semplice realismo borghese.
Ma il significato del testo si stratifica ulteriormente se si guarda al suo retrotesto. Il pranzo non è soltanto un dispositivo narrativo: è un rituale sociale, quasi un sacrificio laico. Attorno al ragù, che richiede tempo, cura, dedizione e controllo, si addensa un sistema di aspettative, di ruoli e di gerarchie. La cucina diventa spazio politico prima ancora che domestico: il conflitto tra Rosa e Peppino non riguarda solo la gelosia o l’orgoglio ferito, ma la ridefinizione silenziosa di un equilibrio di potere dentro la famiglia. Il contesto è allora quello di una crisi dell’autorità maschile e, insieme, di una richiesta di riconoscimento femminile che non riesce a trovare un linguaggio esplicito. Eduardo non tematizza mai apertamente questa frattura; la affida ai silenzi, agli sguardi, alle frasi interrotte. È in questa zona d’ombra che si gioca la modernità del testo, giacché cio che non viene detto pesa più di ciò che viene pronunciato.
Eduardo sembra interrogarsi sulla tenuta stessa dell’istituzione familiare come microcosmo della società italiana del dopoguerra. Il pranzo domenicale diventa il luogo in cui si manifestano tensioni più ampie: tra tradizione e modernità, tra apparenza e verità, tra ruolo sociale e identità individuale. Ed è proprio questa densità sotterranea che rende il testo inesauribile: sotto la superficie di una vicenda apparentemente quotidiana si agita una riflessione amara sulla convivenza umana, sulla difficoltà di comunicare, sulla necessità (quasi tragica) di continuare comunque a stare insieme.
Particolare attenzione meritano le interpretazioni dell’intera compagnia. Accanto al convincente duo formato da Claudio Di Palma e Teresa Saponangelo, capaci di restituire con intensità il dramma umano e insieme la tenerezza sotterranea del legame coniugale, si distingue una coralità compatta e ben orchestrata. In scena troviamo Pasquale Aprile, Alessandro Balletta, Anita Bartolucci, Francesco Biscione, Paolo Cresta, Rossella De Martino, Renato De Simone, Antonio Elia, Maria Cristina Gionta, Gianluca Merolli, Domenico Moccia, Alessandra Pacifico Griffini, Paolo Serra e Mersila Sokoli. Ciascuno contribuisce con misura alla costruzione di quell’equilibrio instabile che regge la dinamica familiare, modulando toni e pause con precisione e restituendo quella dimensione domestica in cui il conflitto non è mai gridato, ma sedimentato nei silenzi. Ed è proprio nei respiri, negli sguardi, nelle sospensioni che si coglie il cuore del teatro di Eduardo: non soltanto nella perfezione della macchina drammaturgica, ma nell’intensità quasi impercettibile che passa tra gli attori.
Le scene e i costumi di Marta Crisolini Malatesta costruiscono uno spazio visivo che dialoga con il testo senza appesantirlo. Il grande panorama di nuvole che domina l’impianto scenico sembra evocare le turbolenze familiari che attraversano il pranzo domenicale; nuvole destinate però a dissolversi, lasciando intravedere un cielo terso nel lunedì della riconciliazione. Le luci di Gigi Saccomandi modulano con rigore i passaggi drammatici, sottolineando le fratture e i riavvicinamenti con un disegno preciso e mai invasivo.
La produzione riunisce realtà di primo piano del panorama teatrale nazionale e internazionale: il Teatro di Roma – Teatro Nazionale, il Teatro Stabile di Torino – Teatro Nazionale, il Teatro Stabile di Bolzano, il Teatro Biondo di Palermo e il LAC Lugano Arte e Cultura. Una sinergia produttiva che testimonia la centralità di questo progetto nel circuito teatrale contemporaneo.
Ne risulta un allestimento che sceglie la via dell’essenzialità, affidandosi alla forza del testo e alla maturità degli interpreti. Una scelta che non impoverisce, ma anzi valorizza la complessità di un’opera in cui il dramma familiare diventa paradigma universale della fragilità umana.
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