Recensioni

A casa tutti bene – di Gabriele Muccino

Al Teatro Diana dal 25 febbraio all’8 marzo

Il film A casa tutti bene di Gabriele Muccino uscì nelle sale nel 2018 e riscosse un importante successo di pubblico e critica, piazzandosi al primo posto al botteghino italiano con un incasso complessivo di circa 9,1 milioni di euro. La pellicola si aggiudicò, così, il David di Donatello dello Spettatore, premio che riconosce il film italiano con il maggior numero di presenze in sala.

Nel corso degli anni questo progetto ha avuto ulteriori sviluppi. Nel 2021 fu realizzata una serie televisiva per Sky, ideata dallo stesso Muccino e basata sui personaggi e sull’universo narrativo originario del film; nel 2026, vediamo debuttare sul palcoscenico A casa tutti bene, una sfida non solo per l’adattamento in un nuovo linguaggio drammatico, ma anche per lo stesso Muccino alla sua prima regia per il teatro.

Prodotto da Best Live in coproduzione con il Teatro Stabile d’Abruzzo, vede sulla scena alternarsi numerosi giovani e consolidati interpreti come Giuseppe Zeno, Anna Galiena, Alice Arcuri, Ilaria Carabelli, Maria Chiara Centorami, Lorenzo Cervasio, Simone Colombari, Vera Dragone, Sandra Franzo, Alessio Moneta e Celeste Savino: un ensemble scelto per la capacità di offrire un ritratto corale di un nucleo familiare complesso.

Una famiglia numerosa, in cui ciascun membro ha intrapreso una strada diversa e talvolta divergente, si ritrova riunita per festeggiare i settantacinque anni della matriarca Alba, interpretata da Anna Galiena. Madre, nonna, zia, moglie, centro affettivo e simbolico attorno a cui gravitano equilibri fragili e antiche dinamiche mai del tutto risolte.

L’ambientazione è quella di un’isola, nel film identificabile con Ischia ma nello spettacolo mai nominata esplicitamente, che assume fin da subito un valore simbolico: come l’isola racchiude, così anche la famiglia costringe i suoi membri a confrontarsi con legami, tensioni e conflitti irrisolti. Quella che avrebbe dovuto essere una celebrazione da consumarsi in un giorno si trasforma, a causa del maltempo e del mare agitato, in una convivenza forzata di tre giorni, costringendo ogni personaggio non solo all’incontro con l’altro ma anche ad un’analisi più profonda delle proprie scelte.

La prima scena corale, in cui tutti i membri della famiglia si siedono a tavola, è particolarmente significativa in questo adattamento. Tra spintoni, interruzioni e racconti sovrapposti, emergono le prime dinamiche di conflitto e intimità. È un momento che riflette con naturalezza la quotidianità, quella teatralità che si manifesta anche al di fuori del cinema e del teatro, negli spazi familiari reali. Muccino ha scelto con intelligenza di mostrare questo scorcio di realtà proprio all’inizio dello spettacolo, introducendo gradualmente lo spettatore nelle tensioni e nei legami che reggono la scena, delineando il microcosmo della famiglia che vivrà ogni confronto, rivalità e segreto durante la rappresentazione.

Si ha la percezione che in questa trasposizione Muccino abbia condotto una propria indagine teatrale esplorando diverse soluzioni e modalità espressive; come a sperimentare combinazioni possibili nella ricerca di un senso compiuto per l’allestimento.

Tra gli elementi messi in campo si riconoscono alcuni codici ben consolidati nel teatro moderno: gli attori che dalla platea salgono verso il palco, tagli di luce che evidenziano gli a parte, il fondale della casa familiare, definito e concreto, e gli esterni suggeriti da fotografie proiettate su un telo mobile che scende e risale a seconda delle scene. Tutto appare chiaro e lineare, ma l’adesione a un realismo dichiaratamente cinematografico non dà spazio ad un indagine simbolica, a quei segni e a quelle stratificazioni che avrebbero potuto trasformare il testo in un’esperienza teatrale più libera e interpretativa.

Significativi risultano, invece, i momenti in cui una coppia o un singolo personaggio si staccano dal coro per mostrarsi nella loro interezza, rivolti al pubblico senza mediazioni. Qui emerge una scelta registica di grande valore, che denota da parte di Muccino una conoscenza più raffinata dello spazio scenico: lasciare che siano gli attori a farsi osservare, a offrire il proprio corpo nella totalità, con posture, gesti ed espressioni pienamente visibili. Una libertà impossibile per il cinema, vincolato alle inquadrature e ai primi piani, che sul palcoscenico si traduce in un atto di trasparenza emotiva e fisica, offrendo allo spettatore una presenza viva, concreta e impossibile da mediare.

Tra alcune soluzioni di maniera e il peso del realismo cinematografico, A casa tutti bene in teatro mostra il suo potenziale: un materiale familiare che si apre al palcoscenico, dove corpo, spazio e tempo diventano strumenti di indagine e presenza viva, offrendo uno scorcio della futura cifra teatrale di Muccino.

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