Recensioni

Edipo Re – di Sofocle, drammaturgia, scenografia, regia e interpretazione Enrica Sangiovanni e Gianluca Guidotti

A Galleria Toledo dal 6 all’8 marzo

Affrontare Edipo Re significa inevitabilmente misurarsi con uno dei dispositivi drammatici più complessi della tragedia antica: un congegno narrativo costruito attorno alla progressiva rivelazione di una verità che il protagonista stesso invoca e che tuttavia non può sopportare. L’allestimento di Archivio Zeta, con regia e interpretazione di Gianluca Guidotti ed Enrica Sangiovanni, su traduzione di Federico Condello e musiche di Patrizio Barontini, sceglie di confrontarsi con questa struttura attraverso un teatro di forte sottrazione, riducendo gli elementi scenici a pochi segni essenziali e concentrando l’attenzione sul meccanismo conoscitivo della tragedia sofoclea.

Il primo elemento scenico che impone immediatamente la propria presenza è la struttura a lambda che domina il palco, disegnando nello spazio una biforcazione netta. Non si tratta di una soluzione meramente formale: quella linea spezzata evoca con precisione il crocevia delle tre strade, il luogo originario della tragedia, dove Edipo, ignaro della propria identità, uccide Laio. La scena diventa così la materializzazione di un punto di frattura inscritto nel destino del protagonista. Da questa immagine iniziale si sviluppa un percorso drammatico che sembra avanzare con una logica quasi geometrica verso il cuore della tragedia: l’istante in cui la ricerca della verità si rovescia improvvisamente e Edipo comprende che l’enigma che ha deciso di sciogliere riguarda, in realtà, se stesso.

Questa soluzione scenografica introduce un elemento di forte coerenza simbolica. La tragedia non si sviluppa in uno spazio neutro, ma dentro una forma che evoca continuamente quel momento originario. La biforcazione diventa così la figura del destino: ogni movimento degli attori sembra riportare il racconto verso quel punto iniziale, come se tutta la vicenda fosse già inscritta in quella geometria.

È una scelta che dialoga implicitamente con la struttura stessa della tragedia sofoclea, dove la ricerca della verità non conduce a qualcosa di nuovo, ma a ciò che è già accaduto. Il passato, in Edipo Re, non è semplicemente un antecedente narrativo: è una presenza latente che attende di essere riconosciuta.

Altrettanto significativo è il lavoro sui costumi, dominati da lunghi manti rossi che avvolgono gli interpreti e che finiscono per impregnare l’intero spazio scenico di una tonalità cromatica unitaria. Il rosso possiede qui una duplice valenza. È innanzitutto il colore della regalità, del potere politico incarnato da Edipo, il sovrano che ha liberato Tebe dalla Sfinge e che ora si presenta come garante dell’ordine della città. Ma lo stesso colore contiene un secondo livello simbolico, più oscuro: quello del sangue. La regalità di Edipo è infatti costruita su un atto di violenza che egli stesso ignora. Il rosso diventa così un presagio visivo della tragedia che sta per compiersi: il sangue del padre ucciso, il sangue dell’incesto, il sangue della stirpe dei Labdacidi.

Il nucleo drammatico dello spettacolo emerge nel modo in cui viene costruita la figura di Edipo. L’interpretazione di Gianluca Guidotti insiste con decisione sul tratto razionale del personaggio: Edipo appare come un uomo convinto che la verità possa essere raggiunta attraverso l’indagine, l’interrogazione, la ricostruzione dei fatti. In questo senso il protagonista assume quasi i tratti di un investigatore. Interroga Tiresia, diffida di Creonte, incalza messaggeri e pastori. La sua volontà di sapere è ostinata e intransigente. Ma proprio questa tensione conoscitiva diventa il motore della tragedia: la ricerca della verità conduce Edipo verso la scoperta della propria colpa. Il percorso del personaggio segue così quella dinamica che Aristotele avrebbe definito anagnorisis, il momento del riconoscimento, accompagnato da una peripeteia, il rovesciamento radicale della sua condizione. Il re che si crede salvatore della città scopre di esserne invece la causa della contaminazione.

Enrica Sangiovanni, interpretando una pluralità di figure, Tiresia, Creonte, Giocasta, il messaggero, il pastore, e in parte il coro, assume invece il ruolo di dispositivo drammatico della rivelazione. Ogni personaggio che incarna rappresenta un tassello della verità che si compone davanti agli occhi del protagonista.

Il rapporto tra i due attori diventa quindi il cuore della dinamica scenica: da un lato l’urgenza conoscitiva di Edipo, dall’altro le voci che progressivamente restituiscono al re il racconto della sua origine.

A conclusione della rappresentazione, in occasione della prima del 6 marzo, lo spettacolo si è prolungato in un momento di confronto con il pubblico. Gli interpreti hanno dialogato con gli spettatori attraverso la mediazione di Daniela Milo e Sotera Fornaro, docenti di lingua e letteratura greca rispettivamente presso l’Università degli Studi di Napoli Federico II e l’Università degli Studi della Campania “Luigi Vanvitelli”. L’incontro ha offerto l’occasione per approfondire alcune delle scelte drammaturgiche e registiche dell’allestimento, restituendo alla tragedia sofoclea anche quella dimensione di riflessione collettiva che, fin dalle sue origini, accompagna l’esperienza del teatro.

Nel finale della tragedia, quando la verità si manifesta pienamente, Edipo comprende che il destino da cui aveva tentato di fuggire si è compiuto proprio attraverso le sue azioni. Il re diventa allora una figura radicalmente tragica: non perché abbia commesso una colpa consapevole, ma perché ha voluto conoscere fino in fondo la verità sulla propria vita. La sua rovina è il risultato di questa esigenza di sapere.

Ed è forse qui che l’allestimento di Archivio Zeta trova il suo significato più profondo. La tragedia non appare come il racconto di una fatalità mitica, ma come la rappresentazione di un gesto umano universale: il desiderio di comprendere la propria origine. Un desiderio che, come mostra la vicenda di Edipo, può condurre non alla liberazione, ma alla scoperta della nostra irrimediabile vulnerabilità.

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