Al Teatro Bellini dal 10 al 15 marzo
Nessuno. Le avventure di Ulisse, in scena dal 10 al 15 marzo, è scritto da Emanuele Aldrovandi e diretto da Daniele Finzi Pasca. Sul palco Stefano Accorsi e Francesca Del Duca, protagonisti di un allestimento che rilegge il mito omerico intrecciando narrazione, movimento scenico e musica dal vivo.
Elemento centrale dello spettacolo è la scenografia ideata da Luigi Ferrigno: una struttura imponente, complessa e mobile, ricca di meccanismi non sempre immediatamente visibili allo spettatore. Questa grande architettura scenica si trasforma continuamente, diventando di volta in volta cavallo, grotta, rifugio o spazio domestico, e finisce per concretizzare sul palco il celebre “multiforme ingegno” di Ulisse. Un vero e proprio dispositivo drammaturgico che accompagna e amplifica il viaggio del protagonista, rendendo visibile la fatica, la trasformazione e l’instabilità che caratterizzano il suo lungo ritorno.
All’interno di questo spazio mutevole si muove Stefano Accorsi, interprete di un Ulisse atletico e dinamico, pienamente padrone della scena e degli strumenti che lo circondano. L’attore costruisce un personaggio fisico e mobile, capace di attraversare la complessità della scenografia con naturalezza, trasformando ogni elemento in parte integrante della narrazione. La sua presenza è costantemente in ascolto del pubblico e della compagna di scena Francesca Del Duca, a cui affida il racconto delle proprie imprese.
Francesca Del Duca assume infatti una funzione duplice. Da un lato è Penelope, destinataria e moderatrice del racconto delle avventure dell’eroe; dall’altro è performer e musicista che, attraverso strumenti dal sapore tribale e arcaico, costruisce un paesaggio sonoro fatto di ritmi primordiali e suggestioni ataviche. La sua presenza introduce nello spettacolo una dimensione musicale costante, capace di evocare la fragilità profondamente umana dell’eroe e di accompagnarne le oscillazioni emotive.
Nel testo di Aldrovandi la figura di Ulisse viene al tempo stesso utilizzata e omaggiata. Il drammaturgo si muove lungo la tradizione letteraria che dall’Odissea ha continuato nei secoli a interrogare il mito dell’eroe errante, richiamando idealmente le molte opere che a quell’archetipo si sono ispirate. Accanto alla rievocazione delle imprese più celebri, la drammaturgia introduce momenti di riflessione più intima sul senso della vita e sull’identità di chi racconta.
Questa dimensione più profonda si alterna a un linguaggio sorprendentemente leggero, ricco di ironia, battute e giochi di parole che smontano l’aura solenne dell’epica per restituire al personaggio una dimensione più terrena. In scena emerge così un Ulisse complesso: l’eroe capace di astuzia e di tracotanza, ma anche l’uomo attraversato da impulsi, passioni e contraddizioni.
Nel corso dello spettacolo si manifesta la sua angoscia, il peso delle scelte compiute, la memoria degli amori e delle avventure. Ma soprattutto si percepisce il suo smarrimento: non soltanto quello fisico dell’uomo perduto tra i mari, ma quello più intimo di chi, dopo un lungo viaggio, si trova costretto a giustificare le proprie azioni di fronte allo sguardo della moglie amata.
La forza dello spettacolo risiede soprattutto nell’energia e nel divertimento che gli interpreti portano in scena. Tra Accorsi e Del Duca si crea una sintonia evidente, che emerge nei dialoghi, nei momenti musicali e nelle continue interazioni tra parola e suono. I loro scambi hanno una freschezza che rende quasi difficile immaginare una scrittura rigidamente fissata: la percezione è piuttosto quella di un flusso vitale in cui improvvisazione attoriale, gioco teatrale e rielaborazione dell’opera omerica si intrecciano con naturalezza, restituendo al pubblico un racconto vivo e in continuo movimento.
Ulisse, sul finale, ribalta con estrema dolcezza il racconto e, rivolgendosi alla moglie, le chiede di raccontargli le sue avventure, cosa è accaduto in quegli anni lontani, riconoscendo in lei una naufraga. Il racconto si chiude così tornando al suo punto di partenza, trasformandosi in un gesto di ascolto reciproco e di riconoscimento. I due, a questo punto, suonano insieme e la musica diventa una danza attraversata dall’energia sprigionata degli interpreti. In questo momento finale sembra trionfare un amore pieno e complesso, nato attraverso le sfide contro gli dèi, contro il destino e contro quel desiderio di ritorno che ha fatto vivere a Ulisse ogni genere di esperienza.
Quel “Nessuno” che Ulisse pronuncia nel mito diventa qui la figura di tutti noi, della nostra fragilità, dei nostri errori e del nostro continuo tentativo di dare senso al viaggio della vita.
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