Al Teatro Nuovo dal 19 al 22 marzo
La Classe di Fabiana Iacozilli, in scena dal 19 al 22 marzo al Teatro Nuovo, nasce nella collaborazione drammaturgica di Marta Meneghetti, Giada Parlanti ed Emanuele Silvestri e trova la sua forma scenica attraverso il lavoro condiviso di un ensemble affiatato.
Lo spettacolo si apre a scena già viva: una marionetta appesa a una lavagna, sospesa tra il disegno a gessetto di due corpi senza volto, indicati come “mamma” e “papà”, introduce fin da subito una sensazione di sospensione, intrisa di nostalgia e timore, che attraversa tutta la narrazione. È un’immagine iniziale potente, capace di contenere già in sé il cuore emotivo dell’opera.
Il fulcro dello spettacolo è la scuola, l’infanzia, il momento fragile e decisivo del crescere. È il tempo delle prime volte, delle difficoltà che non si sanno ancora nominare: scrivere un tema, comprendere il proprio disagio, trovare la forza di definirsi e difendersi. In questo contesto si inserisce la figura di una suora severa, Suor Lidia, portatrice di un modello educativo rigido, forse giusto nelle intenzioni, ma profondamente sbagliato nei modi. In questa classe è assente il tatto, la cura, e questa mancanza lascia un segno che gli alunni, le marionette che calcano la scena, porteranno con sé anche nell’età adulta.
I burattini, ideati e realizzati da Fiammetta Mandich, mostrano fin da subito un carattere grottesco ma al tempo stesso sorprendentemente realistico. Le loro movenze sono precise, quasi umane, e quegli occhi vitrei sembrano capaci di comunicare davvero, come se fossero vivi. In scena sono quattro, manovrate da cinque performer ( Michela Aiello, Andrei Balan, Antonia D’Amore, Francesco Meloni e Marta Meneghetti) ma tra burattini e burattinai non esiste una separazione netta. Al contrario, si crea una relazione fluida, uno scambio continuo di movimento ed emozione, come se i confini tra chi anima e chi è animato si dissolvessero.
Il rapporto tra marionette e burattinai si carica allora di un ulteriore significato: è come se il gesto del manovrare diventasse un atto di memoria. Il burattinaio si muove come un adulto che ricostruisce il proprio passato, mentre la marionetta restituisce quel vissuto con una sincerità disarmante. In questa rievocazione sembra avvenire qualcosa di reciproco: da un lato la ricostruzione, dall’altro una forma di riconciliazione. Come se, finalmente, quel bambino avesse trovato uno spazio di ascolto e, forse, una forma di pace.
Il disegno luci di Raffaella Vitiello e il lavoro sul suono di Hubert Westkemper contribuiscono a costruire questo spazio etereo e vibrante in cui la scena muta insieme al manifestarsi delle emozioni dei protagonisti.
Colpisce anche il lavoro sul corpo e sul silenzio. Ci sono lunghi momenti in cui il parlato si ritrae, lasciando spazio a una comunicazione puramente fisica. Ed è proprio in questi momenti che le marionette rivelano una straordinaria qualità attoriale: senza parole, riescono comunque a trasmettere, a far arrivare emozioni con una chiarezza sorprendente.
Tra i pochi momenti in cui la parola emerge, assumono un ruolo particolarmente significativo alcune voci registrate: sembrano essere quelle dei compagni di classe della regista, oggi adulti, che si incontrano e riconoscono a distanza di anni. Chiaramente non ci è dato sapere se le voci siano di attori o realmente di chi ha vissuto i banchi di scuola con la Iacozilli, l’intento è quello di raccogliere i frammenti di memorie restituendo una coralità di sguardi, spesso disallineati ma profondamente legati.
Da questi interventi emergono ricordi stratificati sulla figura della suora: una presenza ingombrante, percepita in modi diversi ma sempre attraversata da un’aura di onnipotenza. C’è chi sembra ancora subirne il fascino e il potere, chi la detesta con lucidità, e chi invece ha scelto di dimenticare. Proprio in questa oscillazione tra ricordo e rimozione si inserisce una delle frasi più evocative: “non mi ricordo, ma sento che dovrei ricordare”, che restituisce con forza quella zona ambigua in cui la memoria emotiva persiste anche quando quella razionale vacilla.
Lo spettacolo si muove così è profondamente personale, legato alle origini e alla memoria emotiva della regista, un ritorno a quelle emozioni profonde che non si possono giustificare fino in fondo a parole; come la meraviglia del vento che passa e smuove ogni cosa e che affondano nei ricordi d’infanzia, quasi fossero il soffio vitale da cui ha preso forma il suo talento. Al centro, il rapporto complesso e doloroso con Suor Lidia, che si intreccia però a una dimensione più ampia e universale. È una storia che si ripete, che attraversa generazioni diverse, perché parla di esperienze comuni, di ferite e scoperte che appartengono a tutti.
Prodotto da Cranpi, questo lavoro conferma la capacità di costruire esperienze sceniche che vanno oltre il racconto, per entrare in una dimensione sensoriale ed emotiva.
La Classe contiene in sé una tale bellezza che è impossibile da trasmettere solo a parole; d’altronde, nello spettacolo stesso il parlato è centellinato. L’invito è quello di vederlo per poterne godere a pieno.
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