Recensioni

Anna Cappelli di Annibale Ruccello regia Claudio Tolcachir

Dal 9 al 12 Aprile al Teatro Nuovo

Anna Cappelli, scritto da Annibale Ruccello, si impone ancora oggi come un dispositivo teatrale di perturbante attualità, capace di attraversare il tempo senza smarrire la propria urgenza espressiva. In questo allestimento, affidato alla regia sensibile e stratificata di Claudio Tolcachir, la parabola esistenziale della protagonista si dispiega come un lento e inesorabile scivolamento verso l’abisso, mantenendo intatta quella tensione tra quotidiano e tragico che costituisce il nucleo più autentico della scrittura ruccelliana.

Anna è una donna sola, ma la sua solitudine non è mai semplicemente individuale: è piuttosto una condizione universale, una crepa attraverso cui filtra un’umanità condivisa, fragile, irrisolta. Il suo desiderio di normalità ,di una casa, di un amore, di un riconoscimento  si trasforma progressivamente in una richiesta assoluta, totalizzante, che non ammette compromessi. Quando l’uomo di cui si innamora rifiuta di appartenerle pienamente, la logica del possesso prende il sopravvento, conducendola a un gesto estremo che non appare come deviazione, ma come esito coerente di una tensione mai pacificata. In questa traiettoria, Ruccello costruisce un personaggio che non può essere ridotto a patologia: Anna è piuttosto il punto di condensazione di un bisogno d’amore che si fa identità, di una mancanza che diventa forma di esistenza.

La regia di Claudio Tolcachir si muove con discrezione e profondità all’interno di questo universo, evitando ogni compiacimento e lasciando emergere la materia viva del testo. Lo spazio scenico, ideato da Cosimo Ferrigolo, si configura come un interno domestico che si fa paesaggio mentale: gli oggetti ,una cyclette, un frigorifero, una poltrona, un lampadario non sono semplici elementi d’arredo, ma presenze simboliche, relitti di una quotidianità che imprigiona . In questo ambiente sospeso, la luce di Fabio Bozzetta scolpisce i vuoti e le attese, costruendo un’atmosfera che accompagna e amplifica il progressivo disfacimento interiore della protagonista. La produzione, sostenuta da Carnezzeria, Teatri di Bari e Teatro di Roma, contribuisce a dare corpo a un progetto che si distingue per coerenza estetica e densità interpretativa.

Al centro di questo dispositivo scenico si impone, con forza magnetica, l’interpretazione di Valentina Picello, che regge il monologo con una presenza tanto fragile quanto incandescente. La sua Anna non indulge in eccessi: è piuttosto un organismo vivo, attraversato da scosse emotive che affiorano e subito si ritirano, come onde trattenute. La voce, costantemente in bilico tra rottura e controllo, diventa strumento privilegiato di una scrittura incarnata; il corpo, attraversato da tremori impercettibili, restituisce la tensione di un’esistenza compressa, incapace di trovare uno spazio di espansione. Gli occhi, lucidi ma mai definitivamente consegnati al pianto, custodiscono una verità trattenuta, un dolore che non riesce a farsi liberazione.

È in questa misura, in questa capacità di abitare la soglia tra il detto e il non detto, che l’attrice costruisce una figura di straordinaria complessità. La sua prova attoriale non si limita a rappresentare Anna: la espone, la lascia accadere, la consegna allo spettatore nella sua nudità più disarmante. Ne emerge un personaggio che non riesce a esistere pienamente, che si dibatte in una ricerca continua di senso e riconoscimento, e che proprio in questa impossibilità trova la propria tragica coerenza.

Così, lo spettacolo si configura come un’esperienza che travalica la dimensione narrativa per farsi interrogazione profonda sull’umano. La scrittura di Ruccello, filtrata attraverso la regia e incarnata con tale intensità interpretativa, ci pone di fronte a una verità scomoda: la difficoltà di vivere, la complessità delle nostre azioni, la sottile linea che separa il desiderio dalla distruzione. E Anna, con la sua voce incrinata e il suo bisogno incolmabile, continua a risuonare oltre la scena, come un’eco persistente che ci riguarda da vicino, troppo vicino per essere ignorata.

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