Al Teatro Augusteo dal 10 aprile
Un pubblico partecipe, visibilmente emozionato, ha accolto il ritorno in scena del nuovo allestimento di Scugnizzi al Teatro Augusteo di Napoli. Fin dalle prime battute, la sala si è trasformata in un organismo vivo, capace di reagire e risuonare insieme agli interpreti: non sono mancati momenti in cui gli spettatori hanno accompagnato il cast, cantando brani che, nel tempo, sono entrati a pieno titolo nel patrimonio condiviso della musica napoletana.
È proprio in questa dimensione collettiva che si coglie la forza persistente dello spettacolo. Scugnizzi non è soltanto una narrazione teatrale, ma un racconto di riscatto che si costruisce coralmente, scena dopo scena. La vicenda restituisce l’immagine di una Napoli che non si arrende: una città che resiste alla prepotenza, che sfida gli stereotipi, che prova a spezzare il silenzio e l’omertà attraverso la possibilità – fragile ma concreta – del cambiamento.
Il nuovo allestimento si distingue per una sostanziale fedeltà alla versione originale, scelta che si rivela vincente: non si tratta di un’operazione nostalgica, ma di una conservazione consapevole di un impianto drammaturgico e musicale che mantiene intatta la propria efficacia. All’interno di questa cornice, il cast offre una prova compatta e generosa, restituendo con intensità la dimensione corale dell’opera.
Un plauso particolare va ai due interpreti principali: Alfonso Giorno, nel ruolo del sacerdote, riesce a coniugare autorevolezza e tensione emotiva, evitando ogni rigidità retorica; Ciro Salatino, nei panni di O’ Russ, dà corpo a una figura antagonista netta e incisiva, incarnando con efficacia la forza di un sistema che soffoca sul nascere ogni tentativo di riscatto dei ragazzi di Don Saverio, rendendo ancora più evidente – per contrasto – la fragilità e il coraggio di chi prova a sottrarsi a quel destino.
Attorno a loro si muove un ensemble affiatato – Aurora Caso, Benedetta Cenani, Claudio Cesa, Andrea Camilla Conte, Giovanni Di Capua, Vincenza Donciglio, Maria Sofia Dos Santos, Chiara Esposito, Emanuele Esposito, Francesco Esposito, Lorenzo Esposito, Fatima Gagliardi, Giusy Lo Sapio, Roberta Pellecchia, Luciano Romano, Lorenzo Simeone, Sara Stanco, Ernesto Tassari, Antonella Vitiello, con la partecipazione di Salvatore Catanese, Ciro Mazaner e Peppe Romano – che contribuisce in modo determinante alla riuscita dello spettacolo .
Dal punto di vista visivo, le scene di Bruno Garofalo costruiscono uno spazio dinamico e funzionale, capace di accompagnare i passaggi narrativi, mentre i costumi di Francesca R. Scudiero restituiscono con coerenza l’identità dei personaggi. I movimenti coreografici portano ancora la firma di Gino Landi e, anche in questo allestimento, se ne avverte chiaramente l’impronta: una scrittura scenica riconoscibile, costruita su un equilibrio rigoroso tra energia e misura. Pur nella consapevolezza della sua scomparsa, il lavoro coreografico continua a vivere sul palco con sorprendente vitalità, evitando ogni esibizionismo e mantenendo una funzione profondamente narrativa, capace di accompagnare e amplificare le tensioni emotive senza mai appesantire l’azione scenica.
La regia di Claudio Mattone, fedele all’impianto originario, dimostra una consapevolezza rara nel gestire materiali ormai “classici” senza irrigidirli in una riproduzione museale. Il ritmo scenico è calibrato con precisione: i momenti musicali si alternano a quelli più propriamente teatrali in una continuità fluida, capace di mantenere alta l’attenzione dello spettatore senza cedere a forzature. In questo equilibrio si coglie una regia che non cerca di imporsi, ma di servire il racconto, lasciando spazio agli interpreti e alla forza intrinseca della partitura.
Determinante, in questo senso, è anche il lavoro sulle orchestrazioni di Pino Perris, che restituiscono freschezza a brani ormai sedimentati nell’immaginario collettivo. L’impianto musicale conserva la sua riconoscibilità, ma acquista al tempo stesso una nuova profondità sonora, sostenendo con efficacia tanto i momenti più intimi quanto quelli di maggiore impatto corale.
A emergere, con particolare evidenza, è però la capacità di Scugnizzi di continuare a incidere sull’immaginario culturale napoletano. Non solo perché ne utilizza codici, lingua e sonorità, ma perché contribuisce attivamente a ridefinirli, sottraendoli a rappresentazioni stereotipate e restituendo complessità a una realtà spesso semplificata. In questo senso, il musical si configura come un dispositivo culturale che, nel tempo, ha saputo costruire un ponte tra teatro e società.
L’auspicio, oggi più che mai, è che questo nuovo allestimento possa oltrepassare i confini cittadini e tornare in tournée su scala nazionale. Perché Scugnizzi, pur essendo profondamente radicato a Napoli, parla una lingua che può essere compresa ovunque: quella, universale, della possibilità di cambiare il proprio destino.
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