Al Teatro Mercadante dal 3 al 14 aprile 2024
Nel celeberrimo sermo in monte in cui Gesù parla dei “poveri in ispirito” (Mt 5,3: «Beati pauperes spiritu, quia ipsorum est regnum coelorum»), il teologo tedesco Meister Eckhart interpreta la povertà come enigma, come mistero che provoca e sfida l’intelletto umano ed extraumano. La condizione di povertà permetterebbe non solo il raggiungimento inevitabile della beatitudine, ma anche la possibilità di esplorare la dimensione enigmatica connessa alla assoluta privazione di beni che comporta, come conseguenza, un percorso di transizione dell’animo umano tanto controverso quanto umanamente necessario.
Si fa difficoltà a credere che tale condizione di beatitudine possa essere realmente raggiunta dai numerosi poveri che popolano il dormitorio appartenente a Michail Ivanoviĉ Kostylëv, nel testo composto da Maksim Gor’kij e rappresentato per la prima volta a Mosca nel 1902 con la regia di Stanislavskij, L’albergo dei poveri. Il quadro di un’umanità derelitta è tantopiù rafforzato nell’allestimento di questo spettacolo curato da Massimo Popolizio, prodotto dal Teatro di Roma – Teatro Nazionale e dal Piccolo Teatro di Milano – Teatro d’Europa, per la drammaturgia di Emanuele Trevi, che vede in scena l’attore romano affiancato da Giovanni Battaglia, Gabriele Brunelli, Luca Carbone, Martin Chishimba, Giampiero Cicciò, Carolina Ellero, Raffaele Esposito, Diamara Ferrero, Francesco Giordano, Marco Mavaracchio, Michele Nani, Aldo Ottobrino, Silvia Pietta, Sandra Toffolatti e Zoe Zolferino. Questo considerevole numero di interpreti compone il caleidoscopio del genus, così ampio, di poveri, in cui si ascrivono ladri, prostitute, operai ormai disoccupati, malati fisici, infermi mentali e famiglie senza ormai più un tetto coniugale. È l’affresco affastellato e caotico di una società che sembra non avere più futuro a dominare il quadro della rappresentazione de L’albergo dei poveri.
L’albergo, in cui ciascuno dei diversi individui è costretto a rifugiarsi, rappresenta, prima, una condizione transitoria per ciascuno di loro, nella illusoria attesa di migliori circostanze che la vita può riservare, poi, il luogo in cui è destinato a consumarsi il resto di un’esistenza che si svuota progressivamente di senso, che perde la capacità di discernere ciò che è giusto da ciò che è sbagliato, il bello dal brutto, la verità dalla finzione. Il carosello di personaggi che propone il testo di Gor’kij è ben ripreso da Popolizio, grazie ad un approccio registico che intende portare in evidenza il tentativo di ciascuno di questi personaggi di uscire dall’albergo, di tentare un riscatto sociale attraverso la ricerca della luce che, tuttavia, illumina i loro volti stanchi e compassati solo per poco tempo, dai finestroni presenti sulle pareti che scandiscono il passaggio del tempo inesorabile. La luce riscalda fiocamente l’albergo dei poveri solo per pochi istanti, attraverso una pallida luminosità dello spazio scenico (grazie al lodevole disegno luci di Luigi Biondi) che sembra voglia rappresentare la cruda evidenza di un cambiamento che non arriverà mai.
Ad alimentare la tragica illusione di un possibile miglioramento o, addirittura, di un completo cambiamento delle loro esistenze, è la figura di un pellegrino, nello spettacolo interpretato proprio da Popolizio, che sembra animare la vita dell’albergo. La misericordia e la compassione che il pellegrino prova nei confronti dei tanti personaggi presenti nel dormitorio sembra rappresentare una viva speranza che il cambiamento è ormai vicino, che un Dio misericordioso esiste davvero, che la volontà individuale prevale sulle condizioni sociali che condannano alla miseria questi personaggi. La presenza del pellegrino è transitoria e misteriosa al tempo stesso: egli è davvero un individuo in grado di migliorare le condizioni umane di questi soggetti vestiti di logori stracci (i costumi sono di Gianluca Sbicca) o un semplice cialtrone di passaggio? Gli atteggiamenti e le sue parole sibilline prestano a molteplici quanto incongruenti interpretazioni i suoi complicati sermoni che questa umanità derelitta ascolta per aggrapparsi all’unica speranza di luce nella loro vita.
Le scene di Marco Rossi riprendono diversi momenti della vita quotidiana nell’albergo dei poveri. L’allestimento si sviluppa attraverso una concezione della dimensione scenica che assume le forme di una croce latina, attraverso cui i personaggi si presentano in palcoscenico dall’uscio dell’albergo, presente in fondo scena per poi arrivare fino al proscenio dove si svolge la quotidianità delle diverse attività del dormitorio. Ed è proprio sul proscenio che la linea verticale che separa il fuori dal dentro si sposta in orizzontale, oscillando continuamente tra una parte destra e una parte sinistra in cui si sviluppano le azioni, le battute e i movimenti scenici dei diversi personaggi. Il risultato è un allestimento non solo tecnicamente riuscito ma anche in grado di conferire ritmo alla rappresentazione, attraverso un uso della spazialità unito alla coralità di movimento nelle azioni dei diversi personaggi che risulta sincronizzato e coerente durante l’intero spettacolo.
L’albergo dei poveri, in scena al Mercadante di Napoli fino al 14 aprile, non è l’urlo disperato di una specie umana condannata a un destino atroce; è, anzi, un silenzio fatto di un’attesa fallace e angosciosa, uno scontro subdolo del povero con il più povero in cui, nella gara della miseria, si esce comunque sconfitti.
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