Dal 26 al 31 marzo al Teatro Bellini di Napoli
Ci troviamo nella primavera del 1986 a Santiago del Cile, sotto la dittatura di Augusto Pinochet. All’ombra di un regime sanguinario, che reprime senza scrupoli le accese rivolte popolari, Pedro Lemebel (1952–2015), scrittore di indiscussa fama nella letteratura dell’America Latina, decide di ambientare una storia d’amore che si sviluppa parallelamente al destino dello Stato cileno.
Ho paura Torero è un romanzo del 2001 di Lemebel, la cui protagonista è la “fata dell’angolo” – il cui vero nome non viene mai rivelato nel corso della narrazione – che si innamora perdutamente di un giovane studente universitario rivoluzionario, di nome Carlos. Il loro è un amore travagliato, segnato non solo dalla violenza indiscriminata che permea le strade di Santiago del Cile, ma anche dalla marginalità sociale della fata dell’angolo, travestito che si innamora di un giovane il cui sentimento resta sfumato, ambiguo, mai del tutto corrisposto.
Da questa storia, Claudio Longhi e Lino Guanciale firmano rispettivamente la regia e la drammaturgia dello spettacolo Ho paura Torero, una produzione del Piccolo Teatro di Milano, in scena al Teatro Bellini fino al 31 marzo. Guanciale interpreta anche il ruolo del travestito passionale, affiancato sul palco da Daniele Cavone Felicioni, Francesco Centorame, Michele Dell’Utri, Diana Manea, Mariano Pirrello, Sara Putignano e Giulia Trivero.
Lo spettacolo presenta numerosi pregi. In primo luogo, le scene di Guia Buzzi, i costumi di Gianluca Sbicca, le luci e il visual design curati da Max Mugnai e Riccardo Frati, insieme alle sonorità e ai travestimenti musicali elaborati da Davide Fasulo, riescono con grande efficacia a trasportare lo spettatore nel cuore del tumulto rivoluzionario di Santiago del Cile. La forza della rappresentazione risiede, dunque, nella resa scenica, capace di restituire una visione coerente e dettagliata del contesto storico e sociale già accuratamente delineato nel romanzo di Lemebel. Tale attenzione si riflette anche nelle interpretazioni attoriali, tutte contraddistinte da uno sforzo artistico che denota non solo uno studio approfondito dei personaggi, ma anche la capacità di coglierne e restituirne le emozioni profonde, come emergono dalle pagine dell’opera originaria.
Se, nel complesso, lo spettacolo risulta particolarmente apprezzabile, una nota critica riguarda la scelta di adottare, per l’intera durata della rappresentazione, una forma di recitazione che alterna il racconto in terza persona – spesso riportato testualmente dal romanzo – al dialogo diretto tra i personaggi. Questa scelta, sul piano registico e drammaturgico, si traduce in una messa in scena che rischia di trasformarsi da rilettura teatrale a trasposizione quasi letterale, sfiorando talvolta un approccio integralista nel passaggio dalla parola scritta a quella performativa. Ne deriva uno spettacolo che supera le tre ore di durata, con momenti in cui il ritmo risulta appesantito. A parere di chi scrive, alcune scene o descrizioni avrebbero potuto essere agilmente sintetizzate attraverso soluzioni recitative capaci di conferire maggiore dinamismo, specie nei passaggi meno adattabili alla forma scenica.
Il risultato è, nel complesso, un prodotto convincente, pur sollevando alcuni interrogativi sull’impianto drammaturgico generale, che in almeno quattro passaggi dello spettacolo crea difficoltà per lo spettatore, sia in termini di ritmo esecutivo, sia per quanto riguarda l’avanzamento narrativo.
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