Al Teatro Bellini dal 2 al 6 aprile
Fotofinish di Antonio Rezza e Flavia Mastrella è uno spettacolo che ha visto il suo debutto nel 2003. Al tempo, la scena era totalmente bianca, dal pavimento al fondale e alle sculture di Flavia Mastrella. Ad oggi, nel 2025, sono pochi i cambiamenti apportati allo spettacolo, che si rivela ancora tragicomicamente attuale.
Il bianco continua a predominare, ma il verde, il rosso e il blu sono ormai parte integrante della narrazione scenica, emergendo tra gli squarci delle stoffe mutanti e sul fondale. Negli anni si sono susseguiti diversi performer accanto ad Antonio Rezza: prima Armando Novara, poi Ivan Bellavista, e oggi Manolo Muoio.
Lo spettacolo rappresenta in modo anarchico e caotico una collettività annichilente, schiacciata dalla politica, dalla religione e dalle convenzioni sociali. Nel peggiore dei casi, se ne esce ammattiti; nel migliore, colti da un infarto.
Nonostante la cupezza dei temi, il pubblico ride, sbottando costantemente, come accade in ogni spettacolo di Rezza e Mastrella. In scena si muovono corpi energici e imprevedibili, tra ripetizioni ossessive e voci grottesche. Si ride della società, della sessualità e della nudità, regredendo all’adolescenza e persino all’infanzia. Il cittadino medio viene liberato, per un momento, dal peso di prendere tutto sul serio, ritrovando il piacere di ridere anche dell’espediente più stupido.
L’ambiente scenico, pensato da Flavia Mastrella, non è un semplice sfondo, ma un luogo da sperimentare e in cui sfinirsi. Le strutture accennano a una vita, a un meccanismo in movimento, eppure non conducono da nessuna parte. Gli attori si muovono all’interno di uno spazio che li ingabbia, condannati a ripetere schemi dai quali non possono emanciparsi, proprio come nella teoria dell’ostrica di Verga.
Antonio Rezza è il fotografo che immortala il fallimento dei valori dissipati in forme e convenzioni, ma al contempo ne è il primo attore. Alterna il bambino che crede sinceramente nel gioco all’adulto razionale che smaschera l’illusione. Intorno a lui ci sono solo teli, la realtà si sgretola, e lui è semplicemente disperato. Nessuno, nemmeno il pubblico in sala, è esonerato da questo declino.
Senza i vincoli imposti dal buon costume, Rezza si muove sul palco come un animale istintivo, sfuggente e imprevedibile. Un momento è un cane che lecca il viso di una spettatrice, il momento dopo si denuda, stringe le gambe per nascondere il membro e si dichiara donna, solo per poi ribaltare nuovamente il gioco e riaffermare la sua mascolinità con corse frenetiche e salti irrequieti. Come se, attraverso quell’espediente, il pubblico avesse davvero potuto mettere in discussione ciò che vedeva. Ogni gesto è una provocazione che scardina certezze, sfida il senso del pudore e ridisegna i confini della performance.
Così, nei suoi giochi, sul palco Rezza si confessa nel suo sconforto: “Quando mi chiedono perché ripeto sempre le cose, rispondo che è per sentirmi meno solo, per la madonna, per la madonna!”
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