Una commedia amara sull’etica, la proprietà e la fragilità umana
Debutta al Teatro San Luca di Pozzuoli, il 7 e l’8 novembre, il nuovo spettacolo di Carmine Borrino, L’alienazione del bene, secondo capitolo della trilogia dedicata al tema della casa e delle sue implicazioni sociali, psicologiche e giuridiche. Insieme a Il bene immobile e Per il bene di tutti, Borrino prosegue la sua indagine su quel luogo fisico e simbolico che è l’abitazione, interrogando con lucidità la complessa rete di rapporti che si intreccia attorno al possesso di un bene immobiliare — un terreno fertile dove diritto, economia e umanità si incontrano e spesso si scontrano.
In questo nuovo episodio, il drammaturgo e regista sceglie di esplorare l’istituto della nuda proprietà, trasformandolo in un potente strumento narrativo e metaforico.
Protagonista è Attilio (interpretato da Giancarlo Cosentino), un anziano che decide di vendere la propria casa mantenendone l’usufrutto, ingannando un giovane acquirente (Lorenzo Sarcinelli) sulle proprie condizioni di salute. L’operazione economica, che dovrebbe garantire una forma di “giusta” compensazione tra le generazioni, si trasforma così in una partita beffarda, in cui il confine tra diritto e inganno, tra sopravvivenza e cinismo, diventa sempre più sottile.
Attilio, con la complicità della domestica (Cinzia Mirabella), incarna il volto ironico e spietato della vecchiaia che non si arrende: un uomo capace di sfruttare l’illusione altrui pur di concedersi gli ultimi anni di agiatezza. A completare il quadro narrativo c’è il personaggio interpretato da Chiara Babo, prima fidanzata e poi moglie del giovane acquirente, che contribuisce a scandire il passare del tempo e a sottolineare l’evoluzione — o forse la regressione — dei rapporti umani e familiari nel corso degli anni.
La regia di Borrino è asciutta, essenziale, ma profondamente consapevole del valore simbolico di ogni gesto e parola. Il suo sguardo insiste sul realismo crudele di Attilio, mettendone in luce la logica opportunistica e il bisogno disperato di sentirsi ancora protagonista di una vita che scivola via.
Cosentino offre una prova attoriale di grande intensità, in cui il suo Attilio non è mai una caricatura dell’anziano egoista o del “vecchio furbo”, ma un personaggio complesso, costruito su sfumature di ironia, malinconia e disincanto. L’attore ne restituisce con straordinaria naturalezza le oscillazioni interiori: dal cinismo compiaciuto alla fragilità che affiora nei momenti di solitudine, quando la maschera dell’astuzia lascia intravedere un uomo spaventato dall’idea di sparire. Anche nel corpo, Cosentino lavora per sottrazione: piccoli gesti, lentezze, un uso calibrato del silenzio che tradisce più di mille parole. Ne risulta un Attilio tragicamente umano, che fa ridere e al tempo stesso mette a disagio, perché nella sua ostinazione a sopravvivere a ogni costo si riconosce una parte di noi stessi.
Dall’altra parte, Sarcinelli interpreta con misura e sensibilità il giovane che vede nella nuda proprietà una via di fuga dal precariato e dall’impossibilità di costruire un futuro stabile — una condizione che accomuna molti giovani italiani di oggi, stretti tra instabilità economica e desiderio di autonomia.
Accanto ai due protagonisti maschili, Cinzia Mirabella e Chiara Babo contribuiscono in modo decisivo all’equilibrio drammaturgico dello spettacolo. Mirabella offre una prova misurata ma incisiva: la sua domestica accompagna Attilio con un’ironia sobria, attraversata da una progressiva complicità che ne rivela la doppiezza morale, fino a trasformarla da semplice testimone a parte attiva dell’inganno. Babo, invece, porta in scena una presenza fresca e autentica: nella sua giovane compagna e poi moglie del protagonista, restituisce con delicatezza la stanchezza di una generazione sospesa tra affetti e ambizioni, diventando così la voce più tenera e disarmata del racconto.
Il tono della messinscena riesce con efficacia a bilanciare il dramma e la commedia, alternando momenti di intensa riflessione a situazioni di paradosso scenico, dove l’acidità e la testardaggine del protagonista generano inevitabilmente l’ilarità del pubblico. È proprio in questo equilibrio tra ironia e amarezza che lo spettacolo trova la sua forza: nel far ridere senza mai perdere di vista la verità umana dei personaggi.
Sul piano drammaturgico, L’alienazione del bene si costruisce come un confronto continuo tra due mondi inconciliabili: la giovinezza e la vecchiaia, la speranza e la disillusione, il desiderio di sicurezza e la paura della fine. Lo scontro generazionale che ne emerge non è soltanto un contrasto di età, ma una riflessione sulla difficoltà di instaurare un autentico dialogo tra chi vuole ancora costruire e chi ormai difende ciò che ha accumulato, anche a costo di tradire ogni principio solidaristico.
In definitiva, L’alienazione del bene si impone come un racconto lucido e tenero insieme, capace di trasformare un istituto giuridico in una metafora potente della condizione umana contemporanea. Borrino costruisce un teatro che non si limita a rappresentare, ma indaga, smonta e ricompone i meccanismi sociali del possesso e della convivenza. Il risultato è una commedia amara, intelligente e necessaria, che ci ricorda come la vera alienazione — più ancora di quella del bene — sia forse quella dell’animo, quando smette di riconoscere l’altro come parte del proprio stesso spazio vitale.
© RIPRODUZIONE RISERVATA
