Al San Ferdinando dal 6 al 16 novembre
Il Teatro San Ferdinando dal 6 al 16 novembre accoglie Il medico dei pazzi, un classico della tradizione partenopea. La celebre commedia scritta da Eduardo Scarpetta nel 1908 è qui diretta da Leo Muscato in una versione che conserva la vitalità scenica dell’originale eppure intelligentemente riadattata verso la fine degli anni ’70, poco dopo la riforma psichiatrica nota come Legge Basaglia che chiuse i manicomi e aprì una nuova stagione di servizi territoriali.
Don Felice Sciosciammocca (Gianfelice Imparato) e sua moglie Concetta (Ingrid Sansone) lasciano il loro paese per recarsi a Napoli, desiderosi di vedere come procede il lavoro del nipote Ciccillo (Giuseppe Brunetti), che da anni racconta di essersi dedicato agli studi per diventare un “medico del cervello”, ovvero il medico dei pazzi. In realtà, il giovane ha sperperato il denaro inviato dagli zii nel gioco d’azzardo e, per nascondere le proprie bugie, mette in atto un inganno ancora più grande: far passare per “pazienti” gli inconsapevoli inquilini della modesta pensione in cui vive. La macchina degli equivoci prende così piede, in un meccanismo comico perfetto fondato su scambi d’identità e sulla fragilità dell’apparenza.
Prodotto da I Due della Città del Sole, Teatro di Napoli – Teatro Nazionale e Compagnia Mauri Sturno, a vestire i panni di Don Felice Sciosciammocca è Gianfelice Imparato che con magistrale controllo scenico riesce a mantenere un equilibrio sottile tra la maschera e il personaggio. La sua recitazione, sostenuta da un’espressività limpida e sempre in anticipo sul testo, sorprende per misura e naturalezza, restituendo energia e tensione in ogni momento della scena.
Sul palco si sussegue un continuo e grottesco j’accuse: ciascuno accusa l’altro di essere pazzo o di aver perso il senno a causa degli altri. In questo vortice di sospetti e rispecchiamenti, Don Felice Sciosciammocca teme e deride la follia, al tempo stesso però ne è attratto da quando ha messo piede in città, quasi desideroso di misurarsi con essa. Ambientando la storia dopo la legge Basaglia, il regista rende ancora più coesa e significativa la curiosità di Sciociammocca, il quale arriva in una Napoli che ha cambiato pelle e spaesato non riconosce più il proprio mondo.
Questa commedia si presenta come una fase di passaggio nella storia del teatro napoletano, qui la maschera popolare si avvicina sempre più al personaggio borghese, abbandonando gradualmente la caricatura per entrare nel territorio del realismo.
I nomi ancora “descrittivi” (’o scrittore, ’o guantaro) restano, ma gli interpreti li rivestono di una psicologia più riconoscibile e contemporanea. Le scelte registico-adattative di Muscato conservano i gesti e i tic tipici delle maschere: le donne civettuole cercano continuamente di darsi un tono, incrociando le gambe o agitando le braccia in gesti svolazzanti; alcune figure maschili mostrano un’aggressività di facciata che nasconde fragilità, mentre spiccano la parodia dello scrittore eccentrico (Giusepe Rispoli) e quella dell’attore incompetente (Michele Schiano Di Cola).
Giuseppe Brunetti, invece, dà vita a un Ciccillo già emancipato dalla maschera tradizionale, restituendo un personaggio più realistico e nervoso, sospeso tra furbizia e vulnerabilità.
Di particolare interesse è il ruolo di Michelino, interpretato da Luigi Bignone. Questo personaggio funge da tramite tra la realtà effettiva e quella costruita dall’astuto Ciccillo. Nel suo disagio nel gestire i due mondi, lo spettatore è quasi chiamato a condividere la medesima esperienza, vivendo in scena la tensione tra le due verità e la costante necessità di orientarsi tra inganno e realtà.
Muscato costruisce così una dimensione in cui lo spettatore non è chiamato a sospendere l’incredulità, ma a ridere consapevolmente di quei personaggi macchiettistici che, pur nel loro eccesso, agiscono in un ambiente familiare e credibile.
Le scene di Federica Parolini alternano ambienti che ricordano tanto un salotto borghese quanto un reparto psichiatrico; i costumi di Silvia Aymonino, volutamente vistosi e didascalici, amplificano la dimensione caricaturale, rendendo visibile la sottile linea che separa la normalità dall’assurdo.
La regia di Muscato restituisce dunque una commedia colorata e consapevole, capace di attualizzare Scarpetta senza tradirne l’ironia. Lo spettacolo evidenza come la realtà che ci circonda possa facilmente essere plasmata dalle proprie convinzioni e senza il velo di pregiudizio emerge come forse il più folle di tutti è l’ultimo a restare fedele all’onestà in un universo di finzioni e macchiette.
