Recensioni

Vita di San Genesio – testo e regia Alessandro Paschitto

Al Ridotto del Mercadante dal 13 al 23 novembre

C’è un altare, un tabernacolo, un libro di scritture. Tre figure officiano una funzione che sembra familiare, quasi rassicurante, eppure qualcosa non torna: la liturgia non è liturgia, il rito non è rito, e ciò che si celebra è la vita – e la morte – di San Genesio, il santo-attore, colui che scoprì la verità proprio mentre fingeva. Fin da subito lo spettacolo ribalta il nostro sguardo: prende la struttura della cerimonia religiosa e la trasforma in un dispositivo teatrale che mette allo scoperto le storture dei nostri giorni.

Il bisogno affannoso di felicità che non arriva mai, la fuga dalla sofferenza, la vertigine provocata dall’idea di una verità che cerchiamo anche quando ci circondano menzogne più comode: tutto affiora in questa messinscena che non racconta semplicemente un martire, ma ci mette davanti alla nostra fragilità contemporanea.

Sul palco, Mattia Lauro, Raimonda Maraviglia e Francesco Roccasecca diventano tre officianti atipici, tre interpreti che sanno oscillare con naturalezza tra comicità e inquietudine. Il loro gioco è continuo: parlano al pubblico, lo contraddicono, lo sfidano, lo usano come testimone e complice. In questo modo la “funzione” non è più soltanto la rievocazione di un santo, ma un confronto collettivo su cosa oggi significhi cercare un senso alle cose quando il rapporto con il divino, con l’assoluto, con qualsiasi forma di trascendenza, appare incrinato dalle prove della vita. Loro tre non rappresentano solo un rito: rappresentano la nostra quotidianità, quell’altalena instabile tra il desiderio di essere liberi e la fatica di esserlo davvero, tra la ricerca di pace e l’impossibilità di scorgerla nella propria esistenza o in quella degli altri.

La regia di Alessandro Paschitto orchestra questo equilibrio con mano sicura. In Vita di San Genesio si ride, sì, ma si ride sempre con una nota stonata sul fondo, come se ogni battuta conservasse la memoria di una ferita. Paschitto lavora sul confine e lo sfuma: il sacro diventa profano e il profano improvvisamente sacro, la parodia diventa rivelazione, e la finzione – proprio come nel miracolo attribuito al santo – si trasforma a tratti in una forma di verità.

Particolarmente riuscito è il dialogo diretto con gli spettatori, continuamente interpellati: non solo nei momenti ironici, ma anche in quelli scomodi, quando lo spettacolo ci chiede di prendere posizione, di guardare oltre l’apparenza, di lasciarci toccare.

Il progetto nasce all’interno del percorso Ctrl+Alt+Canc, realtà giovane e tenace che da anni porta avanti un teatro che non ha paura di attraversare linguaggi ibridi, di sperimentare, di contaminare la narrazione con il gioco, con la memoria, con lo spiazzamento. Ogni loro lavoro sembra una piccola detonazione creativa: un gesto che resetta la scena, che riformatta i codici, che riapre una possibilità narrativa inattesa. La loro forza sta proprio nella capacità di costruire drammaturgie vive, elastiche, capaci di parlare del presente senza didascalismi, con uno sguardo che resta fresco e consapevole.

Vita di San Genesio non è solo un racconto agiografico né un esercizio di stile sul sacro. È uno specchio scomodo: ci chiede di guardare come viviamo, cosa scegliamo di credere, quali finzioni abitiamo e quali finzioni ci abitano. E soprattutto ci ricorda che, come accadde al martire-attore, a volte la verità arriva proprio mentre stiamo fingendo. Basta avere il coraggio di vederla.

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