Recensioni

La banda muta – di Alessia Bottone

Cortometraggio

Il funerale di Elio, scrittore siciliano di ottant’anni, si trasforma in un’osservazione lucida del mutare dei riti e del senso di comunità. Tra presenze distratte e narrazioni opportunistiche e faziose, l’amico più stretto del defunto, Manfredi, racconta di una banda muta che un tempo accompagnava il feretro. Ricordi di un’epoca in cui a ogni gesto veniva attribuito un peso specifico si contrappongono ad un presente in cui il dolore perde progressivamente la sua dimensione intima, oscillando tra rimozione ed esposizione.

Questa è la trama de La banda muta di Alessia Bottone, un cortometraggio in cui immagini e montaggio suggeriscono un taglio documentaristico e giornalistico, mentre la sceneggiatura, firmata dalla regista, esprime come l’attraversamento dei luoghi determina la cultura di chi li abita, restituendo un’identità riconoscibile e radicata. Un piccolo paese dell’entroterra siciliano, con pochi abitanti, diventa misura dell’universale. In quello spazio ristretto si condensano dinamiche che appartengono a tutti: il rapporto con la memoria, la morte e la comunità.

La banda muta è il terzo capitolo di una trilogia, dopo La Napoli di mio padre e Sette Minuti. Realizzato con il contributo di Nuovo IMAIE – Bando Cortometraggi 2025 – e in collaborazione con Fondazione Home Movies, il progetto si arricchisce di materiali provenienti da Istituto Luce e dall’archivio ANSA. I reperti audiovisivi acquisiti dagli archivi permettono la sovrapposizione tra passato e presente, senza che si confondano, lasciando emergere con chiarezza due tensioni opposte. Da un lato un tempo in cui l’immagine della casa, della famiglia, del sacrificio e dell’autenticità era nitida; dall’altro una memoria frammentata di ciò che si è stati e il bisogno di ricordare; espressione di un dovere cittadino e politico, nell’accezione più ampia e pura del termine. Un filo rosso percorre i tre corti: l’interessarsi dello sguardo esterno. Uno sguardo che non è mai neutro, ma capace, con la sola presenza, di modificare ciò che osserva. In La Napoli di mio padre, questo sguardo si incarnava nella figura dell’immigrato, spinto a limare il proprio accento per aderire alle aspettative altrui. In Sette minuti, diventava il peso del giudizio sull’identità, sulla possibilità di esistere fuori da un modello performativo dominante. Qui, invece, si manifesta in forma esplicita: è lo sguardo del forestiero.

Manfredi durante il funerale si interroga apertamente su cosa ci vedrebbe uno straniero nella sua storia, come leggerebbe quel rito, a quel silenzio. È una domanda che non resta interna al racconto, ma si rivolge direttamente allo spettatore. Lo chiama in causa, lo invita a guardare, a curiosare nei suoi ricordi. A osservare un paese che si lascia accadere, che si offre allo sguardo senza difese.

Il corto ha la pretesa di riportare al centro il valore del silenzio. Non un silenzio vuoto, come quello di una società che si nasconde dietro uno schermo, bensì un silenzio codificato e condiviso. La banda muta che durante il cordoglio funebre era un codice collettivo che restituisce senso al rito. Accanto a questa riflessione, resta fortissima la dimensione del racconto popolare. La realtà dei paesi si intreccia con la favola, con il mito, con immagini che affondano nell’immaginario collettivo: valli scomposte, miniere di sale e di zolfo, luoghi che nell’infanzia diventano destinazioni possibili dei morti. In questa stratificazione il contesto diviene ancora più concreto.

Alessia Bottone inserisce nella narrazione la notizia che Elio è morto di “muntruzzania”, termine di fantasia dal suono dialettale che allude a una cocciutaggine ostinata e ostentata. In realtà, è proprio la forza di volontà di Elio, la sua tenacia, a essere letta come deviazione: ciò che per lui è impulso vitale diventa, agli occhi di chi ne è privo, motivo di sospetto e ostilità. È lo scarto sottile tra chi agisce e chi osserva.

Il cortometraggio si inserisce, così, in una precisa tradizione storico-culturale siciliana, richiamando esplicitamente Leonardo Sciascia e, soprattutto, la lezione di Luigi Pirandello. È proprio la sua poetica del paradosso e della relatività dello sguardo a informare la struttura profonda del racconto, dove la realtà resta sempre molteplice e mai definitiva. In questa cornice, il riferimento alla cultura letteraria siciliana è una chiave interpretativa che consolida il legame tra memoria, identità e rappresentazione del reale.

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