Al Teatro delle Persone il 29 ottobre
La disabilità non è una condizione individuale, ma anche il risultato di un mondo che continua a misurare tutti sulla base di un unico modello di funzionamento. È da questa premessa che prende avvio la riflessione di Davide Iodice durante la conferenza stampa dello scorso 29 ottobre, dedicata alla Scuola Elementare del Teatro e al recupero del Teatro Colosimo. «Tutti hanno affrontato o affronteranno delle disabilità, nei momenti di malattia, nell’avanzare dell’età», osserva il regista, invitando a superare una concezione che relega la diversità a una condizione estranea alla maggioranza. La Scuola nasce proprio dalla necessità di offrire ai ragazzi divergenti strumenti concreti per conquistare la propria autonomia, ma soprattutto di ripensare le modalità con cui la società si relaziona alle differenze, oltre ogni retorica dell’inclusione e ogni etichetta che finisca per distinguere alcuni come più speciali di altri. Il lavoro artistico, in questa prospettiva, non si esaurisce nell’esperienza di chi sale sul palco, ma si estende al pubblico: riguarda l’intera comunità, chiamata a interrogarsi sui propri limiti e sulle possibilità di trasformarli.
Il progetto di arte e pedagogia nasce nel 2013 dall’incontro tra Davide Iodice e Giuseppe Cafarella, presidente dell’associazione F.O.R.G.A.T. ODV (Formazione, Opportunità, Recupero, Giovani, Ambiente e Territorio), trovando per anni ospitalità negli spazi dell’ex Asilo Filangieri. Un percorso cresciuto nel tempo, mantenendo la gratuità delle attività, ma spesso accompagnato dall’incertezza di poter ripartire l’anno successivo. Una svolta significativa arriva nel 2022, con il sostegno del Teatro di Napoli – Teatro Nazionale e del Teatro Trianon Viviani, un primo riconoscimento istituzionale che ha contribuito ad ampliare le prospettive del progetto. Oggi, a tredici anni dalla sua nascita, questo percorso trova un nuovo e importante sviluppo nel sostegno della Regione Campania, che ha reso possibile il recupero e la riapertura del Teatro Colosimo, destinato a diventare la sede stabile della Scuola, con una nuova identità e un nuovo nome: Teatro delle Persone. Una denominazione che riconoscere ciascuno nella propria unicità, prima ancora di qualsiasi condizione o definizione. Al percorso si affianca anche il sostegno della Fondazione Campania dei Festival, insieme alle collaborazioni consolidate negli anni con la Fondazione De Filippo e Interno5.
«A volte questa città è un po’ come la bella addormentata, ma poi si sveglia», commenta Iodice, restituendo con una battuta il senso di un’attesa durata a lungo. Il riferimento è anche alla difficoltà di tradurre le intenzioni politiche in azioni concrete, quando la burocrazia rischia di rallentare, se non immobilizzare, percorsi che avrebbero bisogno di risposte tempestive. Eppure ciò che per anni è sembrato irrealizzabile può trovare compimento nel giro di pochi mesi. A testimoniare il nuovo corso, accanto ai promotori del progetto, sono presenti il presidente Roberto Fico, l’assessore Cutaia, Alessandro Russo in rappresentanza della Regione e Mimmo Basso, direttore generale del Teatro di Napoli. Proprio nel confronto tra i presenti emerge una riflessione condivisa sul significato dell’inclusione e sul valore del lavoro della Scuola. La formazione teatrale non si configura soltanto come occasione espressiva, ma come strumento di costruzione dell’autonomia, delle relazioni e della cittadinanza. Il sostegno delle istituzioni, in questa prospettiva, va oltre la disponibilità di uno spazio o la continuità economica delle attività: significa riconoscere dignità al lavoro dei ragazzi e, soprattutto, il loro valore artistico. Non si tratta, infatti, di laboratori pensati per occupare il tempo libero delle persone con disabilità, né di esperienze amatoriali da considerare meritorie soltanto in virtù della loro funzione sociale. La qualità del lavoro, la serietà della ricerca e la possibilità di produrre spettacoli sono parte integrante del progetto.
La proposta si articola in otto cicli laboratoriali, ciascuno con una propria specificità: Vocazione, dedicato alla ricerca e alla formazione teatrale come strumenti di conoscenza e benessere, accoglie persone con e senza disabilità; Officina, che intreccia le diverse competenze della creazione scenica, dalla drammaturgia alla regia e gli aspetti tecnici; Corpo Unico, dove la danza diventa linguaggio espressivo e relazione per ragazzi con e senza disabilità; Musicaria e Orchestraia, che esplorano la musica come esperienza collettiva, tra costruzione di strumenti e pratica orchestrale; Tutto il mondo è paese, laboratorio interculturale rivolto ai giovani; Ascolto, spazio di sostegno e confronto rivolto anche alle famiglie e a chi accompagna quotidianamente i partecipanti; e Invisibile, che attraverso il teatro sensoriale indaga le possibilità della percezione e dell’immaginazione, con particolare attenzione alle persone non vedenti e ipovedenti.
Invisibile prende spunto da uno degli spettacoli del percorso, ma anche una parola capace di assumere il valore di una dichiarazione d’intenti. Invisibile è ciò che non si vuole vedere: lo spazio del Colosimo, rimasto a lungo lontano dall’attenzione della città; le persone che lo abiteranno; ma anche la fatica, la sofferenza e il senso di vergogna che possono accompagnare chi si trova a vivere una condizione di fragilità, così come chi gli sta accanto. Rendere visibile significa innanzitutto restituire alle cose il loro nome e il loro valore, senza nascondere ciò che mette in difficoltà e senza trasformare ogni esperienza in una narrazione edificante.
Accanto al diritto all’autonomia di chi vive una disabilità, esiste anche quello di chi se ne prende cura: il diritto a non essere sempre presente, a riconoscere la propria stanchezza, a non sentirsi in colpa per i propri limiti. I familiari non possono essere chiamati a sostenere da soli, per sempre, una condizione che dovrebbe riguardare l’intera collettività e, soprattutto, non dovrebbero essere privati della possibilità di pensare anche a sé stessi. La conclusione della conferenza, con il richiamo alla libertà di stare male, di sottrarsi talvolta al ruolo di chi deve necessariamente reggere tutto e persino di morire senza lasciare agli altri un carico insostenibile, sposta il discorso su un terreno tanto scomodo quanto necessario. L’inclusione non deve diventare la costruzione di uno spazio protetto e separato, una sorta di bolla in cui confinare la diversità, ma deve tradursi nella possibilità concreta di abitare il mondo, parteciparvi e determinarne le regole: scegliere, rischiare, avere fiducia, lasciar andare e, semplicemente, essere.
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