Recensioni

La Cara dei vecchi – di Pino Carbone

Al Teatro Piccolo Bellini dal 27 ottobre al 1 novembre

«Ci sono dei Tempo che non hanno un doppio strato, che non assorbono». La protagonista de La cara dei vecchi attraverso la metafora della marca dei fazzoletti, evoca una condizione in cui il tempo con l’avanzare della vecchiaia, perde la capacità di trattenere e assorbire, lasciando affiorare tutto ciò che il corpo non riesce più a contenere.

La forza di questa drammaturgia di Elvira Buonocore si esprime già dal titolo. La protagonista è la cara dei suoi nonni, la persona dalla quale dipende la loro quotidianità; ma quanto può costare essere cari a qualcuno? E quando l’amore si trasforma in un obbligo, quanto resta del sentimento da cui dovrebbe avere origine? Attorno a questa contraddizione si sviluppa lo spettacolo diretto da Pino Carbone, con Anna Carla Broegg e prodotto dal collettivo Progetto Nichel. Il testo è vincitore del Bando di Produzione NdN 2024-25.

Al centro del racconto c’è una giovane donna che vive con i suoi due nonni, entrambi bisognosi di assistenza: uno affetto da demenza senile, l’altro segnato dalle conseguenze di un ictus. Prendersi cura di loro diventa una responsabilità dalla quale non riesce a sottrarsi, un ricatto morale che si insinua nei gesti quotidiani e finisce per mettere in discussione il sentimento stesso che dovrebbe sostenerla. L’affetto è diventato un dovere, qualcosa che sa di dover provare senza riuscire più a riconoscerne pienamente il senso. I nonni finiscono così per coincidere con le proprie malattie, con le necessità e le limitazioni che scandiscono le loro giornate, mentre la nipote si confronta con un esaurimento emotivo che non cancella la tenerezza, ma la rende sempre più difficile da distinguere dal risentimento.

Attorno alla protagonista, medicinali disseminati sul palco compongono una presenza ingombrante e “tentacolare”, come definisce lei stessa il suo corpo. La cara per attraversare lo spazio deve destreggiarsi tra una costellazione di confezioni e flaconi, deve pulire, rassettare, intrattenere, prevedere e celare. Lo spettacolo si apre con la musica classica e un urlo, prima ancora che la parola possa prendere forma, e si concluda nuovamente senza parole. Tra questi due estremi si sviluppa un lavoro profondamente corporeo, nel quale voce, movimento, musica e scrittura si contaminano senza che nessuno di questi elementi prevalga sugli altri.

Il testo procede come un lungo flusso di coscienza, attraversato da rime, assonanze, giochi fonetici e associazioni imprevedibili, in una musicalità che rende particolarmente incisiva la concretezza della materia raccontata. Il linguaggio sa essere crudo e insieme delicato, capace di passare dal piscio allo sputo, dall’impudicizia dei corpi non più autonomi alla leggerezza di un’immagine poetica, senza perdere la propria coerenza. La vecchiaia viene osservata nelle sue trasformazioni più materiali: il corpo che perde progressivamente il controllo, la dipendenza dagli altri, il ritorno a una condizione infantile che, tuttavia, non ha nulla dell’innocenza.

Proprio quando la realtà sembra farsi più brutale, la regia introduce una risata, un’analogia e il testo devia in un’improvvisa ironia. Carbone trasforma il flusso drammaturgico in un dispositivo metateatrale dalle ampie possibilità espressive. In scena c’è una sola attrice, Broegg, che attraversa fisicamente e vocalmente le diverse dimensioni del racconto. Munita di microfono ad archetto, restituisce la voce della protagonista, mentre per evocare i nonni si sposta verso un angolo del palco attrezzato con microfoni che ne deformano il suono, rendendo percepibile la distanza tra i personaggi e, al tempo stesso, la loro presenza. Alle sue spalle, uno schermo restituisce le immagini della casa, costruite attraverso riprese che richiamano il linguaggio cinematografico e la dimensione del film muto. L’illusione viene, però, continuamente tradita: le inquadrature e la percezione del set rivelano la natura artificiale del dispositivo, mentre la corporeità dell’attrice restituisce alla scena la sua irriducibile teatralità.

È il corpo, infatti, ad animare quelle immagini, a dare movimento a uno spazio che altrimenti resterebbe immobile. La protagonista sembra poter controllare persino ciò che viene proiettato alle sue spalle, in un tentativo ostinato di governare una realtà che continuamente le sfugge. «I brutti pensieri mi rendono brutta», dice guardandosi allo specchio senza più riconoscersi. Può provare a controllare il trascorrere degli anni e a mantenere in vita ciò che la circonda, ma non può esercitare lo stesso dominio sulla propria mente.

È toccante osservare il suo sforzo di tenere insieme ogni cosa, come se il controllo delle immagini potesse coincidere con quello della propria esistenza. La scena diventa così anche il riflesso di una generazione che si sente privata del proprio tempo. Quando la protagonista afferma che i vecchi «si sono presi tutto», la questione familiare si allarga a un conflitto generazionale: emerge la voce di chi si sente beffato, costretto a farsi carico di un passato che continua a occupare il presente e di un degrado che, pur appartenendo alla condizione umana, sembra ricadere sulle spalle di chi dovrebbe ancora costruire il proprio futuro.

A rendere ulteriormente articolato il percorso interviene la partitura musicale, che alterna musica classica e DJ set, canto e movimento, accompagnando i diversi registri della messinscena. Tra le intuizioni più felici c’è il ricorso a La Cenerentola di Rossini: i due nonni assumono quasi i tratti delle sorellastre della fiaba, mentre la protagonista attraversa una lunga sequenza di vestizione che trasforma il suo corpo in uno spazio di metamorfosi. È uno di quei momenti in cui il tempo sembra dilatarsi senza esaurirsi, sostenuto da una fisicità magnetica che tiene lo sguardo dello spettatore incollato alla scena.

Ne La cara dei vecchi convivono registri apparentemente inconciliabili, in cui la comicità non cancella la disperazione, la poesia non addolcisce la materia, l’amore non assolve il risentimento. Nel felice incontro tra la drammaturgia di Bonocore, la regia di Carbone e l’interpretazione di Broegg, ogni elemento concorre a costruire una tensione che non si allenta. Così, dall’urlo iniziale al silenzio conclusivo, lo spettacolo riesce in qualcosa di raro: trattenere il respiro dello spettatore dall’inizio alla fine.

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