Al Teatro Nuovo di Napoli il 17 aprile nell’ambito del Napoli Queer Festival 2026
Nel panorama della scena contemporanea, sempre più attraversata da pratiche che interrogano il rapporto tra identità, rappresentazione e dispositivi mediali, alcune opere si distinguono non tanto per la radicalità dei temi affrontati, quanto per la capacità di sostare nelle loro contraddizioni senza cercare una sintesi rassicurante. È in questa linea che si colloca Sadboi, presentato nell’ambito del Napoli Queer Festival 2026, dove la dimensione artistica si intreccia programmaticamente con una riflessione più ampia sulle forme del visibile e del dicibile.
Il lavoro di Panos Malactos, che ne firma la coreografia e l’interpretazione, insieme a Elias Adam, autore della regia e del testo, si costruisce come una partitura in cui il corpo diviene il luogo di una tensione irrisolta tra esposizione e costruzione. La drammaturgia condivisa tra i due non procede per sviluppo lineare, ma per accumulo e slittamento, lasciando emergere una figura che sfugge a ogni stabilizzazione identitaria.
Ciò che inizialmente appare come un’esplorazione di una soggettività ferita e desiderante si rivela progressivamente come un’indagine più complessa sui meccanismi attraverso cui tale soggettività viene prodotta, riconosciuta e, in ultima istanza, consumata. In questo senso, Sadboi non si limita a rappresentare una condizione, ma ne mette in scena le condizioni di possibilità.
L’impianto visivo – definito dai costumi di Miguel Peñaranda Olmeda e dalle elaborazioni di Sita Messer – contribuisce a costruire uno spazio in cui il corpo è continuamente rilanciato come immagine, mentre la trama sonora, che attraversa le suggestioni di Lynks, Eric Prydz e Lulu Be, amplifica questa dimensione di oscillazione tra intimità e spettacolo.
Una delle traiettorie più interessanti riguarda il modo in cui lo spettacolo problematizza la vulnerabilità, sottraendola a una lettura univocamente emancipatoria. Qui la fragilità non è un luogo di autenticità originaria, ma una postura che può essere reiterata, esibita, perfino capitalizzata all’interno di un’economia dello sguardo profondamente segnata dalla logica digitale. Ne deriva una domanda implicita ma insistente: fino a che punto l’esposizione di sé costituisce un gesto di libertà, e quando invece si trasforma in una forma di adesione a modelli predefiniti?
Sadboi trova la sua forza proprio nel non risolvere questa ambivalenza. Piuttosto che offrire una presa di posizione univoca, costruisce un campo di tensione in cui critica e partecipazione coesistono, rendendo visibile una soggettività che non si lascia ricondurre a un’identità stabile, ma si definisce nel continuo attraversamento delle proprie contraddizioni.
© RIPRODUZIONE RISERVATA 
