Recensioni

La noia – di Manuel Di Martino

Al Ridotto del Mercadante dal 30 aprile al 10 maggio

Se ti chiedessero di riassumere la tua vita in un singolo attimo, quale sceglieresti?

È questa la domanda che apre La noia, scritto e diretto da Manuel Di Martino. Fin da subito lo spettatore è trascinato su di un terreno instabile, fatto di memoria, desiderio e vertigine. In scena, quattro giovani (Giampiero De Concilio, Marcello Manzella, Francesco Roccasecca e Caterina Tieghi) si ritrovano una volta a settimana, nel cuore della notte, per fare ciò che molti ragazzi della loro età fanno: bere, ridere, condividere il tempo; ciò che li lega, però, va oltre la semplice ritualità dell’incontro. Al centro delle loro notti c’è un gioco: individuare gli attimi più significativi della vita di uno sconosciuto e riprodurli. Un meccanismo ludico che si rivela presto pericoloso. Questo gioco, per sua natura, vive sul filo del rischio, esposto alle derive e alle ossessioni di chi lo pratica e, una volta accettate le regole, tirarsi indietro non è più un’opzione.

La scrittura di Di Martino costruisce un universo estremo ma credibile, capace di coinvolgere profondamente lo spettatore, chiamato a confrontarsi con un bisogno quasi disperato di sentirsi vivi. A rafforzare questa tensione contribuiscono in modo decisivo le musiche di Gianluigi Montagnaro, che qui rinunciano alla melodia in senso tradizionale per affidarsi alle percussioni. Più che musica, si tratta di ritmo puro, battito che scandisce il tempo e lo rende tangibile e incombente. In dialogo con questo impianto sonoro, le luci di Desideria Angeloni intervengono per frammenti, con fasci improvvisi e taglienti che isolano porzioni di scena, restituendo la percezione di un tempo intermittente, rubato. Basta un battito di ciglia per perdere ciò che conta.

Le scenografie di Luigi Ferrigno rafforzano ulteriormente questa dimensione sospesa. Una piattaforma di vetro che emana luce diventa il luogo dell’azione, fragile e al tempo stesso esposto, su cui poggiano pochi elementi essenziali e fortemente evocativi. Una poltrona antica, fuori dal tempo, suggerisce il desiderio dei protagonisti di appartenere a un’altra epoca, mentre una misteriosa cassa chiusa introduce una tensione latente, un enigma che aleggia sulle loro storie.

A rafforzare questa lettura è la scelta di inserire come unico elemento tecnologico una videocamera, peraltro datata. Un oggetto che suggerisce una nostalgia per un tempo mai vissuto, un passato idealizzato che non appartiene davvero ai protagonisti. Così come non sono loro gli attimi che mettono in scena: frammenti di vite altrui e replicati nel tentativo, forse vano, di appropriarsi di un’esistenza più autentica.

L’energia degli interpreti è stata motore trainante dello spettacolo. Si sono mostrati aperti, viscerali, attraversati da una necessità urgente di esistere pienamente. Renato (Giampiero De Concilio) è una figura carismatica e disturbante, nonché l’ideatore del gioco; egli afferma: “Sono nato nell’epoca sbagliata”, rivendicando un destino da protagonista in una società che invece appiattisce, reprime, normalizza. Il nome stesso del personaggio Re-nato suggerisce una regalità dichiarata, un’aspirazione a una grandezza che si traduce in eccentricità e dissolutezza.

Accanto a lui, gli altri personaggi si muovono come satelliti attratti da questa forza magnetica, partecipando al gioco in una continua ricerca di intensità, di quell’attimo assoluto capace di rompere la monotonia dell’esistenza; eppure ciascuno è nitidamente delineato, portatore di una traiettoria autonoma che si intreccia e si contrappone a quella di Renato, arricchendo la scena di tensioni e sfumature. La noia diventa il riflesso di una generazione disconnessa da sé stessa, che per sfuggire al vuoto sceglie la via dell’estremo.

In occasione di questo spettacolo, il foyer del Teatro Mercadante accoglie il pubblico con una piccola installazione: una colonna su cui è posta una riproduzione in scala della piattaforma di vetro, illuminata, accompagnata da un foglio e una penna. Qui gli spettatori sono invitati a fermarsi e a scrivere l’istante che riassume la propria vita, per poi lasciarlo all’interno, partecipando idealmente al gioco evocato in scena. Un gesto semplice e incisivo, che prolunga l’esperienza teatrale e trasforma la domanda iniziale in un confronto personale.

Con la collaborazione dell’assistente alla regia Sabrina Nastri, Di Martino costruisce uno spettacolo compatto e coerente, che pone lo spettatore difronte a verità scomode. La noia è sia un racconto generazionale sia una riflessione più ampia sulla ricerca di senso in un presente e un futuro che sembrano aver smarrito ogni urgenza.

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