Al Teatro Bellini dal 7 al 24 maggio
Non è il sangue a fare notizia, bensì il modo in cui lo si racconta.
Siamo alla fine degli anni Cinquanta, in una provincia americana isolata, sospesa in quell’immaginario rurale in cui la quiete apparente convive con una violenza pronta a esplodere. Herbert Nolan (Stefano Gerrieri), direttore di un piccolo giornale locale, viene trascinato in tribunale dal procuratore Miles (Daniele Russo) con l’accusa di truffa ed è difeso dall’avvocato Nathan (Gaetano Bruno). Appare subito chiaro che nello spettacolo Stato contro Nolan, un posto tranquillo ciò che viene realmente processato non è un reato: è la parola stessa. Il suo peso. Il suo potere. La sua capacità di manipolare il reale fino a trasformare la paura in consenso e la cronaca in spettacolo. Il testo è di Stefano Massini, la regia di Alessandro Gassmann; prodotto dalla Fondazione del Teatro di Napoli, dal Teatro Bellini e dal Teatro Biondo di Palermo.
Un dipendente di Nathan, testimone al processo (Paul Kapinski interpretato da Emanuele M. Basso) dichiara che per scrivere una buona notizia bisogna aprire con una frattura, così da rendere irresistibili i fatti, nella consapevolezza feroce che la realtà, da sola, non basta e anche questo spettacolo compie lo stesso movimento: rompe il confine tra teatro e tribunale, tra spettatore e giuria, tra verità e narrazione.
Già il titolo contiene una tensione precisa: Lo Stato da una parte un’entità schiacciante; dall’altra un singolo uomo Nolan. Ancora prima che il processo inizi, si genera automaticamente una contrarietà istintiva, una diffidenza verso l’accusa. L’idea che lo Stato si scagli contro un cittadino richiama immediatamente il tema della libertà di parola, della libertà di stampa, del rischio che il potere possa voler zittire chi informa. Il testo è mosso da un’ardua sfida, ossia portare lo spettatore a parteggiare, a turno, per entrambe le parti del processo, nel tentativo di Massini di far vacillare il pregiudizio del pubblico. Un gioco drammaturgico estremamente intrigante, non perché riesca necessariamente, ma perché mette in discussione la possibilità stessa che ciò avvenga fino in fondo. Un continuo oscillare tra ciò che crediamo di sapere e ciò che siamo disposti a rimettere in discussione.
Lo spettacolo si rivolge costantemente ai giurati chiamati ad esprimersi sul verdetto di colpevolezza; il loro ingresso viene mostrato in video (Marco Schiavoni) su di un telo che divide la scena dalla platea. Appaiono per pochi istanti e poi spariscono. Su quello schermo ci sono più proiezioni nel corso dello spettacolo, mostrano frammenti cruciali degli eventi che hanno dato origine al processo ed è qui che nasce uno dei paradossi più affascinanti della messinscena. Le immagini, artificiali per natura, finiscono per apparire più concrete delle parole, perché mentre il linguaggio manipola, interpreta e distorce, quei video mostrano semplicemente attimi, silenzi, dettagli privi di commento. La regia sembra ricordarci che la verità potrebbe abitare proprio lì, negli spazi muti che le parole cercano continuamente di occupare.
Tutto nasce quando un vagabondo legge la parola “Benvenuti” all’ingresso di una fattoria e trova invece quattro colpi di fucile. Il fatto trasforma l’assassino in un eroe locale e fa aumentare le vendite dei fucili Weiss grazie alla risonanza mediatica della vicenda. Il processo, però, non riguarda l’omicidio, l’uomo morì poco dopo, bensì lo sfruttamento della tragedia da parte del giornale di Nolan.
La domanda che attraversa lo spettacolo non è allora soltanto se Nolan sia colpevole, ma quanto potere abbiano i media. Chi può stabilirne il limite? Lo Stato? La morale? Il pubblico? Massini è ben consapevole che nel momento in cui si limita la parola per proteggerne la purezza, si apre inevitabilmente il problema del controllo, per questo il testo non diventa scade in una semplice denuncia contro il giornalismo scandalistico.
Ambientare la vicenda in un’epoca moderna e al tempo stesso percepita come molto distante dai giorni nostri consente di costruire una prospettiva più universale e critica. Le parole, così isolate dal rumore del presente, riacquistano peso e densità, lontano da un contemporaneo saturo di intrattenimento e da un uso inflazionato e spesso improprio del linguaggio. La scrittura di Massini non procede mai frontalmente. Ogni intervento sembra aggirare il cuore del discorso per colpirlo meglio. Le arringhe si sviluppano in deviazioni improvvise, esempi paradossali, giochi retorici, ragionamenti arzigogolati che finiscono però per stringere lo spettatore in una morsa lucidissima. Le parole qui hanno corpo, seduzione, ironia, capacità ipnotica. Non esiste una frase casuale.
Il cast riesce a incarnare questa densità verbale in modo esemplare, senza renderla mai sterile o cerebrale. Daniele Russo tratteggia un procuratore Miles rigoroso, analitico, quasi ossessionato dal controllo. Ogni gesto sembra derivare da un pensiero preciso: perfino il cercare freneticamente documenti tra le cartelline sulla scrivania racconta un uomo divorato dalla necessità di avere tutto sotto controllo. Eppure, mentre combatte contro l’abuso della parola, lui stesso utilizza il linguaggio come un’arma di superiorità morale.
Di contro, Gaetano Bruno costruisce un Nathan magnetico e teatrale, pienamente consapevole del fascino della propria eloquenza. I suoi movimenti sono ampi, esuberanti, esprime con accenni di danza il suo entusiasmo, è evidente il piacere della performance. Emerge qui con chiarezza la differenza tra il testo di Massini e l’intervento registico di Gassmann: laddove la scrittura resta rigorosa, giuridica, meticolosamente calibrata, la regia restituisce tutta la fragilità umana nascosta dietro quei discorsi impeccabili.
Gassmann lavora infatti sui dettagli minimi, sui movimenti apparentemente insignificanti che però finiscono per definire interamente un personaggio. Mauro Marino, nei panni del giudice Rutherford, pur restando quasi sempre seduto, trasmette continuamente la fatica fisica dello stare intrappolato tra due fuochi. Il suo corpo scalpita e trattiene tensione. Esemplare è il momento in cui emerge da sotto la cattedra del giudice un cumulo di polvere; quel gesto minuscolo diventa improvvisamente simbolico: la verità sembra sempre nascosta sotto strati di detriti, difficile da recuperare, soffocata dal caos delle parole.
Stefano Guerrieri dà invece a Herbert Nolan un’ambiguità costante, mai completamente risolta. Per tutto lo spettacolo è anche egli spettatore, finche non restituisce nel suo monologo tutta l’energia accumulata sulla scena. Trasmette la sua forza nello stare, la sua autorevolezza l’ha guadagnata grazie al suo sensibile spirito di osservazione. Sa cosa le persone cercano e le accontenta. Nel corso dello spettacolo è paragonato ad una figura sacra e idolatrata e in effetti, come il Dio dell’antico testamento, quando prende parola non consola né assolve, ma preannuncia inevitabilmente la rovina degli uomini.
La regia di Alessandro Gassmann riesce a tradurre tutto questo in immagini sceniche di straordinaria intelligenza. Dieci attori sulla scena, di cui il giudice, il procuratore, l’avvocato e Nolan restano sempre sul palco e assistono all’ingresso e l’uscita dei testimoni che generano nuove geometrie, che incarnano l’umanità e le sue sfaccettature. L’aula di tribunale si trasforma in una rappresentazione di una condizione umana che non conosce tregua nel bisogno di giudicare, schierarsi, convincere ed essere convinta.
Così il teatro diventa davvero un tribunale. Le arringhe sono monologhi. Gli spettatori sono giurati. Gli attori diventano imputati, testimoni, accusatori. Tutto è teatro nel teatro, tutto è rappresentazione. Alla fine dello spettacolo, il Teatro Bellini invita il pubblico a scrivere sugli specchi se Nolan sia colpevole o innocente. Stato contro Nolan, un posto tranquillo comprende fino in fondo che il problema non è soltanto chi manipola la parola, ma il bisogno collettivo di lasciarsi sedurre da essa.
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