Alla Sala Assoli dal 15 al 17 maggio
La vacanza dei signori Lagonìa è un spettacolo ricco di humanitas: riguarda il cedimento dei corpi, la memoria che si fa rifugio e il tempo quando smette di promettere possibilità per trasformarsi in una lunga resa dei conti. La regia di Francesco Lagi mette in scena la vecchiaia senza filtri né indulgenze, lontano da una narrazione retorica degli anziani offre un quadro onesto del decadimento degli uomini che ineluttabilmente è anche estremamente comico. Una genuina risata attraversa di continuo la platea perché è facile riconoscersi nei personaggi in scena, nelle loro ossessioni, nelle ripetizioni, nelle piccole manie quotidiane emerge qualcosa di familiare, quasi intimo.
Giovanni Ludeno e Francesco Colella interpretano due figure che richiamano inevitabilmente i Willy e Winnie di Giorni felici di Samuel Beckett, trasportati qui in una dimensione profondamente concreta e quotidiana. Dell’opera beckettiana restano la dinamica tra i coniugi (lei incontenibilmente loquace, lui immerso in un linguaggio fatto di monosillabi e versi), l’immobilità, la presenza della sabbia, il sentore di una fine inevitabile; ne La vacanza dei signori Lagonìa, però, i protagonisti sono un’anziana coppia calabrese che parla esclusivamente il dialetto e lo spettacolo si contraddistingue con un’anima propria, distante dalla condanna borghese e più interessato a raccontare il lento scivolare dell’esistenza verso la fine o più possibili finali.
La scenografia (Salvo Ingala) restituisce con precisione la dimensione balneare, ma ciò che attraversa davvero lo spettacolo è il peso del tempo: le morti sedimentate negli anni, gli affetti perduti, la bellezza consumata, quella rassegnazione che convive ostinatamente con il bisogno di andare avanti. I protagonisti preferiscono rifugiarsi nei ricordi e nell’immaginazione nel tentativo di prendere distanza dalla propria realtà, il presente, però, riaffiora brutalmente, interrompendo persino i momenti più romantici e speranzosi.
Francesco Colella, che insieme a Francesco Lagi firma anche la drammaturgia, costruisce un personaggio femminile di straordinaria delicatezza senza mai scivolare nella caricatura. Sin anche nelle affermazioni più parossistiche, come quando fantastica su un gesto di vendetta per gelosia, non esaspera mai il personaggio e lo lascia emergere nei dettagli: nell’attenzione ostinata verso il proprio aspetto, nel ricordo di una bellezza ormai consumata dal tempo, nel bisogno di sentirsi ancora desiderata, nella paura dell’abbandono. La sua interpretazione è tenera, dolorosa, piena di dignità.
Giovanni Ludeno lavora su una corporeità potentissima, fatta di posture, versi, esitazioni, silenzi e con poche parole riesce a rendere il personaggio incredibilmente sfaccettato. Del suo uomo emerge la componente più burbera e disillusa, ma sotto quella scorza resta evidente l’affetto per la moglie, la cura costante, la resilienza con cui continua a seguirla anche nelle decisioni più assurde o estreme. Ogni gesto dei due interpreti esalta le mani gonfie, le gambe pesanti, i seni cadenti e pance rilassate. Sono corpi che la regia esibisce con orgoglio e verità.
La storia dei due prende forma lentamente, frammento dopo frammento, lasciando emergere quarant’anni di matrimonio fatti di resistenza reciproca, continuando sempre a scegliersi, nonostante tutto. Il brano Lascia ch’io pianga si innesta in più momenti, strumentale senza voce, per segnarne l’impatto universale, capace di attraversare il tempo e restare impressa ben oltre la scena.
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