Dal 19 maggio Al 24 maggio al Teatro Piccolo Bellini
Metaforicamente Schiros è molto più di un monologo teatrale: è un attraversamento emotivo, un’indagine lucida e umana sull’identità, sull’eredità affettiva e sul fragile equilibrio tra ciò che siamo stati e ciò che continuiamo a diventare. La domanda implicita che attraversa l’intero spettacolo, “chi siamo davvero?”, non trova una risposta definitiva e, proprio per questo, risuona con una forza disarmante e universale.
Sul palco, Beatrice Schiros offre un’interpretazione di grande intensità scenica: magnetica, vibrante, rigorosa e insieme istintiva. La sua presenza domina la scena senza mai imporsi, ma accogliendo il pubblico dentro un flusso narrativo intimo come una confessione e nitido come una riflessione collettiva. La sua recitazione si muove con precisione tra registri emotivi differenti, come ironia, malinconia, tenerezza e disincanto, mantenendo sempre una misura autentica, mai compiaciuta.
Il testo, scritto dalla stessa Beatrice Schiros insieme a Gabriele Scotti, possiede una scrittura densa ma scorrevole, capace di trasformare il frammento autobiografico in materia universale. La drammaturgia alterna con sapienza momenti di leggerezza corrosiva a improvvise aperture emotive, costruendo un andamento narrativo vivo e quasi diaristico. Si ha costantemente la sensazione di assistere non tanto a una rappresentazione, quanto a un atto di verità condivisa.
La produzione dello spettacolo è affidata ad ATIR e Teatro Carcano, con il sostegno del progetto NEXT 2024/2025 di Regione Lombardia e Fondazione Cariplo.
La forza dell’opera risiede nella sua capacità di abitare i territori più comuni dell’esistenza senza mai banalizzarli: l’essere figlia, donna, amante, bambina, corpo vulnerabile e coscienza in trasformazione. Metaforicamente Schiros riflette con acume sui cliché dell’identità femminile, interrogando con ironia il rapporto tra maternità, desiderio, sessualità e autodeterminazione. Temi complessi vengono affrontati con una leggerezza solo apparente, che cela invece una scrittura stratificata e consapevole.
C’è qualcosa di poetico nella maniera in cui il racconto si dispiega, come se ogni ricordo emergesse dalla memoria non per essere spiegato, ma per essere rivissuto. Gli affetti familiari, il padre, la madre e le assenze che continuano ad abitare il presente diventano così materia scenica pulsante, capace di toccare corde intime dello spettatore. Ognuno, inevitabilmente, ritrova frammenti della propria storia: relazioni fallite, cadute improvvise, perdite insanabili e il misterioso, spesso contraddittorio, legame con i propri genitori.
Metaforicamente Schiros è dunque un’opera che commuove senza ricattare emotivamente, diverte senza superficialità e interroga senza offrire facili consolazioni. Un racconto personale e insieme collettivo, che riesce nel raro equilibrio tra confessione e teatro, tra memoria privata e coscienza universale. E forse è proprio qui che risiede la sua bellezza più autentica: nel ricordarci che essere umani significa restare incompleti, attraversati da fragilità e desideri, e continuare, nonostante tutto, a cercare una forma possibile di verità dentro noi stessi.
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