Al Ridotto del Mercadante il 20 maggio
Le fotografie di Stefano Cardone, raccolte nel nuovo numero della rivista Perseo, scorrono sullo schermo della sala del Ridotto del Mercadante. Si alternano bianchi e neri a fotografie a colori, immortalando momenti di simmetria e di caos, trasmettendo il calore e lo stupore che attraversano entrambe le parti in espresse: i giovani soggetti e chi sta dietro la macchina fotografica. Così Arrevuoto celebra i suoi vent’anni di attività.
Il 20 maggio è stato presentato al Ridotto il numero speciale della rivista Perseo interamente dedicato ad Arrevuoto, per l’occasione Maurizio Braucci, Mimmo Basso e Roberto D’Avascio hanno ripercorso la storia di Arrevuoto, progetto nato nel 2005 a Scampia e poi apertosi alle periferie di tutta Napoli. L’incontro condiviso con spettatori, operatori culturali e stampa ha svelato il respiro umano, politico e pedagogico di un’esperienza che, dopo due decenni, non appartiene più soltanto al teatro, ma a una città intera.
Mimmo Basso definisce il progetto identitario, perché rappresenta un vero e proprio biglietto da visita verso l’esterno e, allo stesso tempo, custodisce l’anima stessa del Teatro Mercadante, che in questi vent’anni ha continuato a investire nell’esperienza di Arrevuoto senza che la sua continuità venisse mai messa in discussione, nonostante l’alternarsi dei governi.
Arrevuoto mostra così un’esigenza concreta di creare spazi e possibilità. Nasce infatti dall’impegno professionale e civile dentro le scuole, strutturandosi attraverso reti educative territoriali e associazioni. Ogni gruppo viene accostato a un altro in un sistema di gemellaggi che unisce periferie e centro, realtà distanti che finiscono poi per incontrarsi concretamente al Teatro San Ferdinando, dove i ragazzi concludono il laboratorio con uno spettacolo. La restituzione di quest’anno presenta il titolo Sospesi tra le stelle, testo scritto da Maurizio Braucci, in programma sabato 23 maggio alle ore 19 e domenica 24 maggio alle ore 18.
Non c’è la pretesa di trasformare questi giovani in attori professionisti: il teatro qui diventa soprattutto uno strumento di consapevolezza, un’occasione per imparare a leggere sé stessi e lo spazio che si abita. Se poi qualcuno scopre attraverso Arrevuoto il desiderio di fare del teatro la propria vita, questo non può che essere accolto con felicità. Il risultato più evidente del progetto, però, resta un altro: molti di quei ragazzi oggi sono diventati educatori, altri semplicemente adulti con uno sguardo più largo sul mondo e sulla propria esistenza.
Con il tono ironico che spesso accompagna le riflessioni più profonde, Braucci scherza definendo Arrevuoto «un progetto di recupero degli attori, non delle periferie». Una battuta che chiarisce immediatamente il punto: non esiste la pretesa paternalistica di “arrivare” nelle periferie per cambiarle, né quella di sottolineare una distanza tra centro e margine. Il lavoro si concentra piuttosto sul restituire ai giovani una coscienza più viva del luogo che attraversano ogni giorno.
Durante l’incontro si è messo in risalto come il concetto stesso di centro e periferia sia prima mentale che geografico. Le ostilità che spesso accompagnano iniziative di cura rivolte ai più giovani derivano da ferite aperte: adulti che finiscono per invidiare quell’amore e quell’attenzione che a loro, in passato, non sono stati concessi. Per questo il lavoro di Arrevuoto assume anche una dimensione affettiva, oltre che artistica.
Di questi primi vent’anni di Arrevuoto, Braucci sta realizzando un documentario. Non un’operazione celebrativa o cronologica, ma un’indagine sulla sensibilità dei giovani e su come essa sia mutata nel tempo. Arrevuoto diventa allora un’appartenenza quasi viscerale, simile, suggerisce Braucci stesso, all’amore che si prova per una squadra di calcio, per la maglia.
Roberto D’Avascio, direttore della rivista Perseo evidenzia come la rivista e il progetto s’intreccino in un’anima comune. Entrambi documentano, esercitano uno sguardo critico e offrono voce agli artisti. In questo numero speciale della rivista vengono ricordati con gratitudine i ragazzi e le ragazze che negli anni hanno fatto parte di Arrevuoto ed emergono anche figure professionali e tecniche che hanno permesso al progetto di restare in piedi, come Raffaele Di Florio e Alessandro Papa, presenti sin dalle prime battute di questo percorso.
I tre relatori hanno ricordato con commozione la figura di Mia Filippone, il cui ruolo è stato fondamentale per scardinare quel pregiudizio del centro verso le periferie. Nelle realtà marginali si concentra una consapevolezza cruda del presente e un impegno educativo che contesti più agiati finiscono per dare per scontati; Mia Filippone ha saputo incarnare questa tensione ideale, offrendo sostegno concreto al progetto.
Arrevuoto è la testimonianza di come non esiste un’unica direzione dello sguardo: tanto chi vive il centro quanto chi vive la periferia si ritrovano costretti a ripensare sé stessi, il proprio linguaggio, i propri confini. Il teatro diventa un occasione reciproca di trasformazione.
Ciò che resta, dopo vent’anni, non è semplicemente una rassegna di spettacoli o di laboratori, ma una rete umana che continua a generare legami, memoria e presenza. Il significato più autentico di Arrevuoto si ritrova, in fin dei conti, nel diritto al gioco. Nel diritto, cioè, a rallentare una crescita che troppo spesso viene imposta prematuramente ai giovanissimi. Un gioco serio come gesto politico e creativo, come possibilità di immaginarsi ovunque e di poter affrontare in scena i tabù della vita e della morte. Trovare un tempo per sbagliare, per esporsi, per imparare a occupare lo spazio e a prendersi la luce.
© RIPRODUZIONE RISERVATA
