Alla Villa La Colombaia di Luchino Visconti il 2 settembre
In occasione dell’anniversario della nascita di Luchino Visconti, la rassegna Bellissima – Speciale 120 Visconti, promossa dal Comune di Forio d’Ischia e diretta da Annamaria Punzo, ha ospitato il primo appuntamento di PopCorn Stories: il ciclo di talk ideato da Giovanni Bianco, con la curatela artistica e la conduzione di Peppe Lanzetta. Dal 30 agosto al 2 settembre, sul palco si sono alternati Edoardo De Angelis, Giovanni Esposito, Edgardo Pistone e Silvio Orlando, protagonisti di quattro incontri dedicati al cinema, ai suoi mestieri e alle storie di chi lo attraversa.
«Inadeguatezza potrebbe essere la parola chiave della serata», così si apre il dialogo con Silvio Orlando, ultimo ospite dell’evento. Si ritiene inadeguato nel confronto con i grandi artisti che lo hanno preceduto, come lo stesso Luchino Visconti, ma anche nella consapevolezza che nel mestiere dell’attore non si arriva mai a un punto in cui si smette di imparare.
La sua generazione, dice Orlando proseguendo il ragionamento, si è immolata al cinema senza avere piena contezza di quello che stava facendo. Erano giovani registi e attori alle prese con il loro primo film, senza esperienza ma capaci di fare squadra, sostenuti da una complicità che oggi sembra più difficile da ritrovare, anche perché il lavoro e il successo non sono più necessariamente legati l’uno all’altro.
Sul palco, Peppe Lanzetta conduce con Silvio Orlando una conversazione che ha più il sapore della chiacchiera che dell’intervista. Dagli aneddoti sui set alla preparazione dei personaggi, fino al significato che il teatro ha assunto nel suo percorso, Orlando si racconta con genuinità.
Nel lavoro sui personaggi, dice, esiste una «bellissima confusione» tra la preparazione a tavolino e la necessità di rimanere sensibili e malleabili sul set o in scena. Un equilibrio che ha imparato anche grazie al teatro. Proveniente da un background comico, Orlando associava il silenzio all’assenza della risata, doveva affrontare l’horror vacui, poi, ne Il mercante di Venezia diretto da Binasco, ha scoperto il piacere dell’attesa. Un silenzio indicato dal copione che, replica dopo replica, finiva per durare sempre un po’ di più. Non un vuoto da riempire, ma uno spazio da abitare.
Il teatro, del resto, resta il suo «orto», quello di cui continua a prendersi cura con dedizione. Il cinema, invece, gli ha insegnato quanto una carriera lunga possa essere intermittente: attraversare degli stop e poi ripartire fa parte del mestiere. Si passa dalla certezza che «non si fa un film senza di lui» alla domanda «Ah, ma è ancora vivo?»; un’alternanza che Orlando sembra osservare con lucidità, senza affidare il proprio valore alla continuità del successo.
Al centro della conversazione c’è anche Napoli. I due attori sul palco provengono da due quartieri che un tempo erano considerati quasi periferia della città: Lanzetta da Piscinola, Orlando dal Vomero. Due percorsi diversi, accomunati dal rapporto con una città tanto raccontata quanto spesso ridotta a stereotipo. Per Orlando, questo equivoco ha avuto conseguenze anche sul lavoro; per lungo tempo si è sentito chiedere di rendere le proprie interpretazioni più napoletane. Una richiesta che racconta con ironia, arrivando a una considerazione paradossale: tutti sanno cosa significhi «fare il napoletano», tranne i napoletani.
Il rapporto con la propria identità emerge anche parlando dei personaggi interpretati nelle opere di Paolo Sorrentino, che Orlando definisce fortemente carismatici, una dimensione meno presente in molti dei ruoli affrontati in precedenza. Un confronto che gli ha permesso di misurarsi con personaggi lontani da sé e di scoprire nuove possibilità dentro il proprio mestiere. Nella poetica cornice di Villa La Colombaia coglie poi l’occasione per regalare al pubblico un’anticipazione del nuovo personaggio che porterà sul grande schermo. Nuovamente in vesti clericali, dal 29 ottobre sarà nelle sale italiane con Dio ride di Giovanni Veronesi, commedia sulla fede che non rinuncia all’ironia, presentata fuori concorso alla Mostra del Cinema di Venezia.
I due uomini sul palco, visibilmente diversi e complementari, si sono confrontati sui loro percorsi riconoscendosi una stima reciproca; in particolare questa intervista ha evidenziato l’eleganza e la sobrietà che caratterizzano Silvio Orlando e il romanticismo speranzoso di Lanzetta che richiama spesso un senso di appartenenza alla propria terra e l’umiltà dei veri professionisti. La serata si chiude guardando al presente e al futuro, interrogandosi suo sogni dei giovani e alla possibilità di continuare a credere nel futuro del cinema.
La risposta di Orlando è sorprende nella sua semplicità: il sogno, da solo, è passivo, per costruire, invece, bisogna essere svegli. Questa è la forma più concreta di speranza emersa dalla serata. Non quella di chi aspetta che qualcosa accada, ma quella di chi, pur sentendosi ancora inadeguato, continua a imparare, a cercare e a costruire.
