Al Teatro Elfo Puccini di Milano il 16 settembre
È quasi trascorso il primo anno da quando, a seguito del decreto ministeriale, i Teatri Nazionali italiani hanno accolto la nuova figura del direttore artistico junior. Un incarico che porta con sé l’ambizione di favorire il ricambio generazionale, ma anche interrogativi sulla reale possibilità di incidere all’interno di istituzioni complesse.
È da questa premessa che prende avvio la terza edizione di Bridge the gap, l’incontro promosso da Hystrio Festival e ospitato il 16 settembre, nella seconda giornata della manifestazione, presso il foyer del Teatro Elfo Puccini di Milano. Un’occasione di confronto tra i nuovi direttori artistici junior e sette giovani curatori e coordinatori di realtà teatrali indipendenti, riuniti nel tentativo di aprire uno sguardo sul futuro del teatro italiano.
A moderare l’incontro è Claudia Cannella, direttrice della rivista Hystrio, che invita i partecipanti a presentarsi, a raccontare il proprio percorso e a condividere una riflessione sulle criticità della scena italiana. La discussione si concentra presto sulla necessità di un teatro più giovane e dinamico, interrogandosi su quanto spazio di azione sia realmente concesso alle nuove generazioni e su come trasformare le aspirazioni in pratiche concrete.
Tra le riflessioni emerse, un interesse comune per un teatro più europeo e interdisciplinare, capace di intrecciare danza, circo e prosa senza lasciarsi imprigionare da categorie troppo rigide. Un’apertura che riguarda anche le nuove drammaturgie e l’accessibilità degli spazi, nella volontà di immaginare un sistema teatrale meno autoreferenziale e più disponibile al confronto con linguaggi e pubblici differenti.
Ma per cambiare il teatro non è sufficiente ampliare ciò che può accadere sulla scena. Occorre interrogarsi anche sui luoghi in cui quella scena prende forma e sulle aspettative che, talvolta, finiscono per condizionare gli artisti ancora prima che il lavoro abbia inizio.
Durante l’incontro si riflette infatti su una forma di autocensura che può insinuarsi anche tra i più giovani: l’idea che in alcuni teatri sia possibile realizzare un determinato tipo di spettacolo, mentre altri linguaggi risultino inadatti al contesto. Non necessariamente un divieto esplicito, ma una percezione dei confini entro i quali muoversi, che rischia di limitare la ricerca proprio quando avrebbe bisogno di maggiore libertà.
Da qui la necessità di ripensare il rapporto tra le istituzioni e le proposte artistiche. Portare il teatro anche fuori dalle sale, ma allo stesso tempo permettere ai grandi teatri di accogliere progetti più sperimentali, senza che il timore del fallimento finisca per prevalere sulla possibilità di tentare.
Perché l’errore fa parte del processo e può diventare un’occasione di crescita. Impedire di rialzarsi dopo uno sbaglio significa rendere più difficile qualsiasi trasformazione e lasciare che la scena italiana continui a muoversi entro confini già conosciuti.
Il confronto si sposta inevitabilmente anche sulla sostenibilità economica. Investire nel teatro nel nostro Paese, si discute in sala, è complesso per un limite alla base: la cultura in Italia è a debito. Una considerazione che introduce la riflessione sulle difficoltà di sostenere il lavoro teatrale, soprattutto nelle realtà indipendenti.
La vincita di un bando, pur essendo spesso essenziale per sostenere un progetto, non rappresenta necessariamente l’inizio di un percorso stabile. La specificità dei finanziamenti e la loro differenza da un’edizione all’altra rendono difficile costruire una programmazione duratura, lasciando compagnie e spazi indipendenti alle prese con una precarietà che non riguarda soltanto la produzione degli spettacoli, ma anche la possibilità di mantenere vive le relazioni professionali e le competenze acquisite.
In questo scenario, la figura del teatrante tende ad assumere contorni sempre più ampi. Non soltanto attore o regista, ma anche drammaturgo, organizzatore, tecnico e promoter. Una molteplicità di ruoli che nasce dalla necessità di sostenersi, ma che può al tempo stesso diventare un’occasione per comprendere più profondamente i diversi processi che compongono il lavoro teatrale.
La versatilità permette di acquisire competenze e di costruire una rete professionale più articolata. Ma resta da interrogarsi su quanto questa capacità di adattamento rappresenti una scelta libera e quanto, invece, sia una risposta alle difficoltà di un sistema che non sempre riesce a garantire continuità.
È proprio il rapporto tra possibilità di intervento e vincoli istituzionali a occupare una parte significativa del confronto con i direttori artistici junior. Le esperienze raccontate non sono uniformi: alcuni dichiarano di aver introdotto cambiamenti fin dall’inizio del proprio incarico, descrivendo un margine di azione molto ampio, mentre altri preferiscono rimandare una valutazione della propria autonomia, ancora immersi in un percorso di conoscenza e costruzione.
Una differenza che non sembra rappresentare necessariamente una contraddizione, ma piuttosto la complessità di incarichi che si inseriscono all’interno di strutture già consolidate. La possibilità di incidere dipende anche dal contesto, dalle relazioni costruite e dal tempo necessario per comprendere la realtà nella quale si opera.
I nuovi direttori, intanto, hanno dichiarato di mantenere tra loro un confronto frequente, anche con cadenza quasi mensile. La necessità di condividere esperienze, difficoltà e prospettive sembra accompagnare un percorso che non si esaurisce nella singola nomina, ma si apre alla possibilità di costruire una visione comune.
Il dibattito si è aperto al pubblico, con il chiaro intento di trasformare l’incontro in uno spazio di collaborazione. La riflessione non si è limitata al presente dei nuovi incarichi, ma ha guardato anche al momento in cui questi termineranno. Che cosa resterà delle esperienze maturate? Le trasformazioni introdotte riusciranno a radicarsi nelle istituzioni oppure rischieranno di essere ricordate come una parentesi legata alla presenza di singole persone?
È una domanda che accompagna fin dall’inizio il percorso dei direttori junior e che rende il ricambio generazionale qualcosa di più complesso della semplice sostituzione di una generazione con un’altra.
Con l’inizio della nuova stagione teatrale, resta da vedere se questo ponte verso il futuro riuscirà a diventare una struttura stabile, capace di sostenere il cambiamento anche oltre la durata dei singoli incarichi.
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