TXT Festival – Al Mercadante il 5 ottobre
È difficile mettere su carta This Is How We Die. Non perché manchi una storia da raccontare, ma perché quella storia, in scena, viene continuamente fatta a pezzi, ricomposta, deformata e nuovamente distrutta. Lo spettacolo con cui si chiude la prima edizione del TXT Festival, scritto, interpretato e concepito da Christopher Barrett Bailey, drammaturgo, performer e DJ canadese, appartiene a un teatro della voce, folle e radicalmente destrutturato, in cui il linguaggio non accompagna l’azione: la sostituisce. Tutto ciò che normalmente sostiene una narrazione teatrale scompare, lasciando il pubblico solo davanti alle parole.
Bailey entra in scena seduto su una sedia, un foglio tra le mani. Poi comincia a parlare e lo fa a raffica, vomitando parole una dopo l’altra, senza concedere tregua. Sono parole violente, crude, beffarde; respingono lo spettatore insieme al fiume ininterrotto che le pronuncia. C’è un’ironia crudele, un gusto per l’assurdo, ma soprattutto c’è un ritmo estremamente preciso. La voce si fa musica prima ancora che compaia la musica, costruendo una partitura fatta di accelerazioni, accumuli, ripetizioni e improvvise fratture. Il caos sulla scena non è mai lasciato al caso, è matematico, è quello della vita stessa.
Dentro questo vortice, una storia apparentemente semplice esiste. Un giovane si innamora di una ragazza e va a casa dei suoi genitori per conoscerli. I genitori, però, non sono esattamente persone accomodanti. È una premessa riconoscibile che potrebbe appartenere a una commedia o a una qualsiasi storia di formazione. Ma Bailey prende quella struttura elementare e la porta altrove, lasciando che al suo interno accada tutto ciò che è possibile immaginare e oltre l’immaginabile, oltre ogni decoro e pudore.
Il racconto si riempie così di sangue, sesso, violenza, derisione, morte. Ciò che accade sulla scena è talmente sfrontato da sembrare irreale, la provocazione è tanto spinta da genere risa miste a disorientamento, finché non sopraggiunge la coltellata: di irreale, in fondo, non c’è nulla.
Le immagini possono essere estreme, le situazioni grottesche, le fantasie incontenibili, ma ciò che raccontano appartiene a un’umanità fin troppo riconoscibile. Ipocrisie, vergogne e solitudini, e ancora l’egocentrismo, la vanagloria, il bisogno incessante di affermarsi e di imporsi sull’altro. La deformazione non serve allora a fuggire dalla realtà, ma a guardarla più da vicino, fino a renderne visibili le contraddizioni che la normalità tende a nascondere. Quello che sembra un delirio diventa progressivamente il ritratto di un mondo che ha smarrito la propria misura, fino a immolarsi alla propria stessa distruzione.
In questo processo la parola è contemporaneamente arma e vittima. È capace di ferire, umiliare, deridere, distruggere; ma è anche l’unico strumento attraverso cui tentare di ricostruire un rapporto. Lo spettacolo si chiude con la musica dal vivo, archi e percussioni che sedimentano il racconto e quella massa di parole si trasforma in un paesaggio sonoro.
In This Is How We Die, si muore anche attraverso le parole, quando il linguaggio diventa consumo, aggressione, rumore. Nel finale Bailey pronuncia una sorta di congedo dalla lingua stessa: le “lingue selvagge” sono armi e fruste, ma possono anche tornare a essere strumento di cura, fino a “leccare i nostri cari finché non sono puliti”. È una contraddizione volutamente brutale: la stessa lingua che sputa sangue e veleno può diventare quella con cui ci si tiene, ci si riconosce, ci si chiede scusa. Bailey ha spinto la lingua fino al suo limite, l’ha consumata davanti ai nostri occhi per mostrarne tutta la potenza e tutta l’impotenza.
Il pubblico, alla fine, resta letteralmente sconvolto con la sensazione di aver preso parte a uno spettacolo che segnerà la storia. Questa drammaturgia, che in scena sembrava destinata a esplodere e dissolversi nella voce, è stata pubblicata in lingua inglese dall’editore Oberon Books (qui per ordinarla) e il pubblico del TXT ha potuto acquistarla a fine spettacolo. L’interesse a condivisione questo testo lascia presagire la possibilità di un nuovo teatro che risorgerà dalle proprie ceneri.
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