TXT Festival – Al mercadante il 5 ottobre
C’è del fiabesco in Radicchio e noci in caso di morte, scritto e diretto da Rebecca Righetti, che si manifesta fin dai primi momenti senza mai diventare evasione dalla realtà. Sul palco, una storia delicata, dolce, semplice, costruita su una scena essenziale e su una recitazione pulita, che accompagna lo spettatore dentro uno spazio sempre più intimo: quello del rapporto tra un padre (Alessio Esposito) e un figlio (Giovanni Conti), due figure incomplete, sole a modo proprio, unite da un legame che sembra reggersi proprio sulla difficoltà di raccontarsi fino in fondo.
Il figlio raggiunge casa del padre per il suo compleanno e prima ancora di arrivarci lo spettacolo comincia a camminare con lui: nel percorso, nei pensieri, nell’ironia sottile con cui vengono osservate situazioni apparentemente ordinarie e nelle quali è facile riconoscersi. La drammaturgia e la regia si insinuano nello spettatore offrendogli la sensazione di essersi già imbattuto, in qualche modo, in quelle strade, gli stessi incontri, poi le conversazioni e i silenzi. Il pubblico fa proprie quelle incomprensioni così familiari. Il presente comincia a intrecciarsi con i ricordi e i ricordi, inevitabilmente, non sono mai gli stessi per chi li ha vissuti insieme.
Qui la scrittura di Righetti trova uno dei suoi punti di maggiore intelligenza: nel partire da fatti minimi, concreti, quasi banali, per aprire progressivamente un significato più ampio. Un testo che attraverso la sua concretezza riesce a diventare fortemente allegorico. Nel ricordo della casa verde, per esempio, quella che il figlio avrebbe voluto abitare e che si trovava proprio di fronte alla loro, resta la sensazione di una sfortuna sfiorata: sarebbe bastato poco per trovarsi dall’altra parte della strada, dentro quella casa tanto desiderata. Più avanti, però, lo stesso spazio riaffiora nella memoria del padre, completamente rovesciato. Lui ha sempre pensato a quanto fossero fortunati ad avere quella casa di fronte, potendone ammirare i colori, e a quanto dovesse essere triste il panorama per chi ci abitava dentro. Fino a supporre, con una surreale serietà, che «ci stanno rubando i colori».
In questo cortocircuito tra due percezioni della stessa realtà, ciò che per uno rappresenta una possibilità mancata, per l’altro è una fortuna già avuta. Un dettaglio domestico diventa così il ritratto di due mondi interiori che hanno condiviso la stessa vita senza averla necessariamente vissuta nello stesso modo.
I dialoghi conservano una naturalezza quasi disarmante e le battute si manifestano tanto precise da riuscire, nei momenti migliori, a far dimenticare l’artificio teatrale. Quando, invece, l’intervento registico è evidente, diventa uno degli strumenti attraverso cui lo spettacolo riesce a condensare il tempo. Poche parole, ripetute nei punti giusti, possono attraversare anni interi e un gesto può tornare per assumere un significato diverso; una luce che lampeggia diventa sufficiente a riavvolgere il nastro delle poche volte in cui ci si è concessi di piangere.
Questo spettacolo non spiega nulla fino in fondo, non c’è ne il bisogno. La dolcezza della fiaba convive con la difficoltà, molto più adulta, di inventare le storie e soprattutto di riuscire a concluderle. Padre e figlio desiderano il bene dell’altro, ma devono fare i conti con la dolorosa consapevolezza di non poter esserci sempre. Prima o poi ciascuno dovrà cavarsela da solo. Una verità inevitabile, che entrambi sembrano voler tenere ai margini del proprio discorso.
Dentro questa incapacità di aprirsi pienamente all’altro, emerge anche la necessità di prendere consapevolezza di sé. Crescere significa scoprire ciò che si è, ma anche accorgersi di quanto il futuro possa cancellare: le cose, le persone, i ricordi, persino le possibilità che avevamo immaginato per noi stessi. La paura non riguarda soltanto la perdita dell’altro, ma anche quella di ciò che siamo stati insieme all’altro.
Radicchio e noci in caso di morte si muove in bilico tra ciò che riusciamo a dire e ciò che rimane bloccato in gola, tra la realtà dei gesti quotidiani e la loro improvvisa capacità di assumere un significato più grande. Una fiaba sul desiderio di voler bene, sulla paura di perdere, sulla difficoltà di trovare le parole per dirsi e, attraverso quelle parole, anche per affermare se stessi.
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