Recensioni

Frammenti di un discorso amoroso – di Nicola Laeta

Al Piccolo Bellini il 15 ottobre

Prima ancora che lo spettacolo cominci, Nicola Laeta si presenta sul palco per una dichiarazione d’intenti che ha il sapore di una captatio benevolentiae: un modo per accompagnare il pubblico verso ciò che vedrà, chiedendogli di accogliere il lavoro per le sue peculiarità e di concedergli, fin da subito, una certa disponibilità all’ascolto. Il regista anticipa così un cambio di direzione rispetto alle precedenti produzioni della compagnia, formata all’interno di un laboratorio. Frammenti di un discorso amoroso sceglie una strada più classica, guardando agli Innamorati di Goldoni e trasportandone le dinamiche in un immaginario vintage, tra atmosfere da Broadway e un’idea di scena dichiaratamente costruita.

Lo spettacolo, debuttato il 15 ottobre al Piccolo Bellini con una doppia replica, alle 18:30 e alle 21, è coprodotto da Teatro Ricerca Educazione – Trerrote – Maestri di Strada – Fondazione Teatro di Napoli. La regia e la drammaturgia sono di Nicola Laeta, con la collaborazione di Stefania Bruno nella scrittura del testo.

Fin dai costumi (Federica Ferri) e dal taglio registico, i personaggi si presentano come figure dai contorni netti, esasperate nei tratti e immediatamente riconoscibili nelle proprie intenzioni. Ciascuno sembra mostrarsi per ciò che è, o almeno per ciò che vuole apparire. La facciata, del resto, è parte integrante dell’universo evocato.

Siamo negli anni Cinquanta, in una società in cui il rispetto delle aspettative familiari e delle convenzioni collettive determina ciò che è lecito desiderare e, soprattutto, ciò che è possibile mostrare. Bisogna compiacere i padri, rispettare le regole, aderire a un modello condiviso di comportamento. Sotto questa superficie ordinata, però, i desideri individuali emergono con altrettanta chiarezza, alimentando contraddizioni e conflitti. La caricatura rende così visibile la distanza tra l’immagine che ciascuno è chiamato a sostenere e ciò che, invece, vorrebbe davvero essere.

La vicenda si sviluppa all’interno di una compagnia teatrale squattrinata, nella quale il capocomico introduce un amico americano, regista e produttore, aprendo la strada a nuove possibilità e a inevitabili complicazioni. Tra gli interpreti della compagnia (Lucia Affinita, Giuseppe Di Somma, Ivan Gallotti, Carmine Marino, Chiara Mileto, Matteo Ronconi) ci sono Eugenia, figlia del capocomico e innamorata di Fulgenzio, sua cugina Flaminia, drammaturga, e Sereno. Le dinamiche sentimentali si intrecciano così alle aspirazioni artistiche e alle opportunità che si presentano ai personaggi, dando vita a una trama che si muove tra gli equivoci della commedia e le esitazioni di chi, davanti all’amore, non sempre riesce a riconoscere o ad ammettere i propri desideri.

A impreziosire la drammaturgia concorrono i numerosi riferimenti al mondo del teatro e del cinema, disseminati con sofisticatezza. Tra i richiami, Un tram che si chiama Desiderio di Tennessee Williams, con la sua indimenticabile Blanche, e A qualcuno piace caldo. Un gioco colto che regala il piacere del riconoscimento, del ritrovare sulla scena un titolo, un’immagine, un frammento di immaginario condiviso.

Lo spettacolo procede con ritmo, affidandosi a una successione di situazioni e contrasti che restituiscono la vivacità del dispositivo comico. Al di là degli intrecci sentimentali, è soprattutto la scrittura stessa a occupare un posto significativo all’interno dello spettacolo. Il suo elogio emerge senza appesantire la narrazione, con semplicità e senza per questo risultare superficiale: scrivere diventa una possibilità per dare forma a ciò che si prova, per riconoscere le proprie contraddizioni e per comprendere qualcosa in più sull’amore.

L’amore che attraversa la scena non è uno soltanto. C’è quello passionale, che espone alla vulnerabilità; quello che si consuma attraverso le contraddizioni, quello condizionato dalle convenienze e dalle opportunità. C’è anche la paura di lasciarsi coinvolgere, fino a preferire una separazione netta pur di sottrarsi al rischio. In fine, senza troppi fronzoli, si accenna anche all’amore per se stessi per se stessi, che coincide con il desiderio di autoaffermazione.

La cifra caricaturale dello spettacolo richiede, inizialmente, un certo adattamento. La nettezza dei caratteri e la loro rappresentazione volutamente bidimensionale possono rendere meno immediato l’orientamento all’interno delle dinamiche sceniche; con il procedere della rappresentazione, tuttavia, il linguaggio acquista familiarità, i suoi codici diventano più leggibili e la costruzione complessiva trova una maggiore coesione.

Particolarmente efficace, in questo senso, è il momento dedicato alle riprese cinematografiche organizzate dal produttore americano. La scena cambia registro: la penombra avvolge lo spazio, un occhio di bue isola gli attori e le voci vengono restituite attraverso un doppiaggio dai marcati accenti e dalle inflessioni dello slang statunitense. Il risultato richiama un immaginario cinematografico patinato, nel quale anche il sentimento sembra dover rispondere a una precisa messa in posa. La scelta non si limita a evocare un’epoca, ma ne restituisce il carattere artificiale, il bisogno di costruire un’immagine riconoscibile e di aderire a un modello.

È in questo gioco tra ciò che appare e ciò che si nasconde, tra la convenzione e il desiderio, che Frammenti di un discorso amoroso trova il proprio terreno di indagine. Tra una maschera sociale e una dichiarazione sentimentale, emerge il coraggio di riconoscere ciò che si desidera, senza lasciarsi definire del tutto dallo sguardo degli altri.

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