da Eduardo Scarpetta
rielaborazione e regia Laura Angiulli
Dal 22 ottobre al 15 novembre 2026 al Teatro Stabile d’Innovazione Galleria Toledo.
Tra equivoci, maschere e irresistibili paradossi, Il medico dei pazzi (’Na mmischia francese de mbroglie e fracasse) di Eduardo Scarpetta torna a interrogare, attraverso la comicità, il sottile confine tra realtà e finzione, normalità e follia. A restituire nuova vitalità al celebre capolavoro è Laura Angiulli, che firma rielaborazione drammaturgica e regia di un nuovo allestimento prodotto da Galleria Toledo, nell’ambito della rassegna (NA)B – Not a Brand, con il sostegno del Ministero della Cultura attraverso i Progetti Speciali FNSV 2026.
Al centro della vicenda c’è Don Felice Sciosciammocca, ingenuo proprietario terriero convinto che il nipote Ciccillo sia diventato un affermato medico psichiatra. Per nascondere le proprie bugie e continuare a beneficiare del denaro dello zio, il giovane gli fa credere che una pensione napoletana sia una clinica per malati mentali. Gli eccentrici ospiti della struttura diventano così, agli occhi di Don Felice, altrettanti pazienti, innescando una girandola di equivoci e situazioni paradossali.
In scena, Agostino Chiummariello, Alessandra D’Elia, Paolo Aguzzi, Chiara Baffi, Caterina Pontrandolfo, Antonio Speranza, Antonio Torino, Andrea Palladino e Antonio Marfella animano il microcosmo corale della commedia. Le luci di Cesare Accetta e la scenografia di Rosario Squillace definiscono l’impianto visivo, con la direzione tecnica di Lucio Sabatino, l’assistenza alla regia di Corinne Iannuzzi e il contributo di Saman Munasinha Mudiyanselage.
A trent’anni esatti dal fortunato allestimento del 1996, Angiulli torna a confrontarsi con la commedia scarpettiana, dedicando questa nuova edizione alla memoria degli interpreti e degli amici di quella esperienza. La regia amplifica la vis comica del testo, arricchendolo di incursioni linguistiche e suggestioni provenienti dalla tradizione teatrale partenopea. Ne emerge una scrittura vivace, che conserva la matrice popolare dell’originale e ne rilancia la capacità di parlare al presente.
La scelta visiva dei volti segnati da cerchi rossi, evocativi del trucco clownesco, diventa uno degli elementi più significativi della messinscena. Nessun personaggio sembra sottrarsi alla maschera: il grottesco esaspera i tratti, amplifica il ridicolo e rivela quanto ciascuno sia, in qualche misura, prigioniero della propria rappresentazione.
Ma dietro la risata si nasconde una domanda tutt’altro che superficiale: la follia dipende dal comportamento di chi abbiamo davanti o anche dallo sguardo con cui lo giudichiamo? La commedia mette in discussione il confine tra normalità e anomalia, mostrando quanto sia facile credere a una realtà costruita quando questa corrisponde alle nostre aspettative. Don Felice, con la sua ingenuità, diventa così il simbolo di una vulnerabilità profondamente umana.
Tra beffe, sotterfugi e piccole menzogne, l’opera di Scarpetta conserva una sorprendente attualità. L’arte di arrangiarsi, cifra della tradizione partenopea, si rivela tanto una strategia di sopravvivenza quanto un terreno fertile per l’inganno. La rilettura di Angiulli trova proprio qui il suo equilibrio: divertire senza fermarsi al divertimento, trasformando la farsa in uno specchio deformante nel quale riconoscere le contraddizioni del presente.
Il risultato è una rilettura che restituisce vitalità a un classico senza trasformarlo in un semplice esercizio di nostalgia. Si ride degli equivoci, delle maschere e delle debolezze umane, ma resta una consapevolezza più sottile: talvolta, ciò che appare assurdo non dipende soltanto da chi osserviamo, ma anche dal modo in cui scegliamo di guardarlo.
©️ RIPRODUZIONE RISERVATA
