Al Teatro Diana di Napoli dal 21 ottobre al primo novembre
Si è aperto tra forti aspettative il sipario del Teatro Diana di Napoli per l’allestimento di Otello, nato dalla sinergia tra il Teatro Stabile d’Abruzzo, Marche Teatro e Stefano Francioni Produzioni, in collaborazione con il Teatro Maria Caniglia di Sulmona. Un’operazione teatrale complessa, firmata alla regia da Giorgio Pasotti (anche direttore artistico dello Stabile abruzzese) e impreziosita dalla drammaturgia di Dacia Maraini (con l’adattamento scenico di Antonio Prisco), che intende rileggere il capolavoro shakespeariano specchiandolo nelle ferite drammaticamente urgenti del nostro tempo.
L’assunto di partenza possiede un indiscutibile valore civile e intellettuale: svestire la tragedia del Moro dai meri orpelli d’epoca per farne un dispositivo d’indagine sulla marginalizzazione dell’altro, sulla diffidenza verso il diverso che sbarca in terra straniera e su quella pervasiva cultura del possesso maschile e della violenza di genere che sfocia nella piaga del femminicidio, insanguinando ancora la nostra società.
Sul piano registico, Pasotti sceglie di ritagliarsi il ruolo dell’ambiguo Iago, affidando il peso del ruolo titolare a Giacomo Giorgio, giovane talento distintosi all’attenzione del grande pubblico. L’interazione tra i due muove tuttavia su binari di continua tensione espressiva, nei quali l’Otello di Giorgio scopre la carta di una nevrosi urlata e viscerale. Nella seconda parte, l’esplosione della pazzia del Moro si traduce persino in un’accentuazione fisica contratta che, anziché restituire la dolorosa disgregazione di un condottiero, rischia di impoverirne la statura tragica. Anche la direzione complessiva degli interpreti – che vede sul palco Claudia Tosoni (Desdemona), insieme a Gerardo Maffei, Diego Migeni, Salvatore Rancatore, Andrea Papale e Dalia Aly – tende a prediligere toni costantemente spinti verso l’alto. Si avverte la tentazione di affidare la tragicità del testo alla forza del volume e a pause fortemente dilatate, a scapito di quel chiaroscuro e di quella sottigliezza espressiva che renderebbero la sofferenza dei personaggi davvero viscerale. A complicare la tenuta drammatica intervengono poi tagli drammaturgici fin troppo drastici. La narrazione procede a un ritmo talmente accelerato da contrarre oltremodo la materia shakespeariana: sacrificando snodi e passaggi chiave, si finisce per oscurare il naturale iter psicologico della vicenda, rendendo difficile cogliere la lineare progressione della manipolazione e della caduta del protagonista.
L’elemento di maggior forza e fascino dell’intero allestimento risiede nell’impianto visivo ideato da Giovanni Cunsolo, integrato dalle immagini di Thierry Lechanteur e dal disegno luci di Marco Palmieri. Lo spazio scenico è dominato da un imponente specchio inclinato verso la platea: un meccanismo catottrico che cattura e restituisce agli occhi dello spettatore i grandi teli figurati stesi sul proscenio, trasformando ogni mutamento d’ambiente in un quadro plastico e dinamico. La regia riesce infatti a tradurre il perverso disegno d’inganno ordito da Iago, il quale, con una sottile trama di manipolazioni e illazioni, deforma la percezione del reale per declinarla e rifletterla esclusivamente sulla base della propria narrazione mistificante. Al contempo, però, a fronte di un dispositivo scenico così felice, la rappresentazione scivola in altre scelte visive di ardua decifrazione simbolica. È il caso del culmine tragico dell’opera: il momento del fatale epilogo e dell’atto consumato del femminicidio viene infatti risolto collocando il letto di morte di Desdemona su un lettino prendisole da spiaggia immerso in una distesa di margherite. Un’immagine che, proprio nel passaggio di massima tensione e pateticità, risulta spiazzante e privo di una solida giustificazione drammaturgica, finendo per depotenziare la carica drammatica della scena e lasciando lo spettatore interdetto.
Interrogativi solleva anche la scelta formale operata sui costumi, curati da Sabrina Beretta. Sebbene il testo mantenga la propria collocazione topografica originaria tra Venezia e Cipro, gli interpreti indossano abiti e kimono di chiara ispirazione orientale, con soldati muniti di katane giapponesi. Una soluzione che, pur cercando una propria eleganza stilistica, rischia di figurare come un orpello estetico non pienamente integrato nel contesto narrativo.
Infine, il ritmo della rappresentazione soffre di frequenti stacchi musicali – sulle note originali di Patrizio Maria D’Artista miste a innesti contemporanei – e continui cambi di scena che finiscono per frammentare l’azione. Una scansione così spezzata rischia di alleggerire eccessivamente la tensione emotiva che il testo e le intenzioni della drammaturgia dovrebbero far montare fino al fatale epilogo.
In conclusione, l’Otello diretto da Giorgio Pasotti si configura come un esperimento denso di intenzioni nobili e sorretto da un’intuizione scenografica di indubbio fascino. Resta tuttavia l’impressione che la forza del messaggio sia rimasta in parte imbrigliata in scelte di regia, tagli drammaturgici ed eccessi attoriali ancora bisognosi di trovare il passo della misura. Uno spettacolo dal forte potenziale civile che, con una maggiore calibrazione e una pienezza d’ascolto del testo, saprebbe restituire appieno la dolorosa e complessa universalità del mito shakespeariano.
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