Al Teatro San Ferdinando dal 29 ottobre all’8 novembre
Uscita di emergenza è una storia sospesa, costruita su una scenografia mobile e pericolante e, in questo adattamento di Alfio Scuderi, attraversata da musiche (Roy Paci) che sottolineano la densità dell’aria e della polvere che i due protagonisti, conquilini, respirano da un tempo indefinito. La loro casa è fatiscente, povera, marcia, minacciosa, eppure Cirillo (Vincenzo Ferrara) e Pacebbene (Nando Paone) non hanno il coraggio di varcarne la soglia per lasciarsela alle spalle. Finché restano dentro quelle mura non sono costretti a chiedersi se siano ancora vivi o morti, se nel modo ci sia ancora un posto per loro. Uscire significherebbe affrontare una realtà che, nella complessità e nella profondità del testo, viene continuamente celata, deformata e rielaborata. Non sappiamo cosa ci sia di vero e cosa di falso nelle parole dei protagonisti. Quello che sappiamo, però, che che la sapiente penna del drammaturgo (Manlio Santanelli) fa rivelare progressivamente ai personaggi il proprio destino senza che questi ne abbiano piena coscienza.
Un esempio meno immediato, ma fortemente significativo è presente della battuta ingenuamente comica di Pacebbene, il quale confessa di aver frugato tra le cose di Cirillo mentre quest’ultimo era in bagno. «Io non sapevo che saresti entrato nel bagno, sapevo solo che non saresti uscito», gli dice. Cirillo ribatte: «Ma per uscire devo prima entrare». Lo scambio, apparentemente paradossale, contiene già il principio attorno al quale ruota l’intera vicenda: l’impossibilità di uscire da una condizione nella quale si è già entrati. Lo spettacolo stesso si apre così, con due uomini che si trovano già dentro la scena mentre il pubblico si siede e si sviluppa nell’amara consapevolezza che non riusciranno mai a diventare padroni della propria esistenza.
Le identità dei protagonisti sembrano essersi formate ai margini di due mondi più grandi: Cirillo è stato suggeritore teatrale, Pacebbene sagrestano. Il primo ha trascorso la propria esistenza dietro in una buca, al servizio della voce e della memoria degli attori; il secondo all’ombra del pulpito, accanto a chi pronunciava la parola religiosa. Due figure abituate, dunque, a custodire e ripetere parole altrui, senza essere mai davvero al centro della rappresentazione. Questa origine riaffiora nei loro modi di parlare: Cirillo, pragmatico, analitico e fortemente legato alla cultura teatrale, richiama opere, versi, scene e persino riferimenti puntuali agli atti e alle pagine dei testi; Pacebbene risponde affidandosi ai Vangeli, alla Bibbia, al timore di Dio e alla riverenza ecclesiastica. Due universi apparentemente distanti, accomunati dalla necessità di trovare nelle parole una forma di certezza.
Il nuovo allestimento dello spettacolo proposto in apertura di stagione al San Ferdinando, si presenta con un’identità visiva precisa, costruita attraverso una felice sinergia tra scenografia, luci, costumi e recitazione.
Appoggiandosi al testo e interpretandolo con una complicità mai prevedibile , gli attori giocano tra provocazioni e dispetti sottilmente perfidi. Si deridono, si intrattengono, si sfidano nel racconto delle rispettive vite, mettendo continuamente in dubbio la versione dell’altro e difendendo, al contrario, la propria. Eppure, dietro questa schermaglia, si nasconde una dipendenza reciproca che assume quasi i contorni di un matrimonio simbolico: hanno finito per sposare l’esistenza l’uno dell’altro. Il passaggio dal registro comico, allo sbeffeggiarsi, al drammatico e a tratti anche al seducente è una sfida che i due interpreti superano a pieni voti.
«Il senso di questa nostra coabitazione: parole, visioni, sogni», in quest’altra battuta profetica, stavolta pronunciata da Cirillo, emerge il cuore dell’opera. La parola non è soltanto il mezzo attraverso cui i due uomini comunicano, o tentano di farlo. I loro dialoghi si rifanno spesso ad una parola ricercata, colta, talvolta solenne, che passa dal teatro alla religione, dal latino alle citazioni letterarie, e che permette di riempire il vuoto lasciato da un’esistenza ormai cristallizzata.
I ricordi e i sogni condivisi sulla scena restituiscono un passato che sopravvive soprattutto nella memoria e danno forma a ciò che i protagonisti non riescono ad ammettere apertamente: la paura di essere rimasti fermi, sospesi in una condizione che assomiglia sempre più a una morte apparente. Anche le inquietudini più profonde, tutta via, si trasformano in occasioni di comicità, strappando continuamente risate al pubblico.
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