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Quaderni di Serafino Gubbio operatore- Da Luigi Pirandello, adattamento regia e spazio scenico di Flavio Capuzzo Dolcetta

Al Ridotto del Teatro Mercadante da martedì 3 a domenica 8 novembre

“Mi serve la mano; cioè serve alla macchina. L’anima in pasto, in pasto la vita, dovete dargliela voi signori, alla macchinetta ch’io giro.”

©ivan nocera

Flavio Capuzzo Dolcetta è tra i vincitori della quarta edizione del Premio Leo de Berardinis per artisti e compagnie under 35, e ha aperto la stagione 2026/27 del Ridotto del Mercadante mettendo in scena Quaderni di Serafino Gubbio operatore, rielaborando un testo di Pirandello sicuramente meno conosciuto, ma profondamente visionario e catartico.

La scena è essenziale: un palco vuoto e una cinepresa, mostruoso ragno che fagocita le anime. Tre gli interpreti: Alberto Pirazzini veste i panni di Serafino Gubbio, Alberto Marcello, che si alterna fra Simone Pau, amico sardo di Gubbio, il direttore di scena della Kosmograph e Aldo Nuti, ed infine Roberta Torriero, che dà voce ai personaggi antipodali della giovane Luisella Cavalena e la tormentata e tenebrosa Varia Nestoroff, femme fatale che si aggira come tigre sulla scena.

La recitazione di soli tre attori, forse di ispirazione classica, risulta una scelta accattivante, e sull’ambiguità fra persona e maschera in linea con la poetica pirandelliana. Il gioco di successioni fra le parti può però confondere chi non ha alle spalle il ricordo della trama.

Serafino Gubbio, operatore alla casa cinematografica Kosmograph di Roma, tiene un diario in cui racconta il proprio lavoro: girare la manovella della macchina da presa restando impassibile, ridotto a una “mano che gira”. Il racconto si allarga poi al mondo del cinema muto e ai suoi personaggi che sono legati a doppio filo alle vicende di Serafino ed alla sua giovinezza. L’attrice russa Varia Nestoroff, seducente e misteriosa, intorno alla quale ruotano l’attore Carlo Ferro e Aldo Nuti, che condivideva con Serafino l’amicizia di Giorgio Mirelli, morto suicida. Ci sono infine l’ingegner Cavalena, con la figlia Luisetta, e Simone Pau, amico del Gubbio, che osserva ogni cosa da spettatore silenzioso. La casa di produzione prepara un film di passione e di morte, e la finzione scenica inizia a sovrapporsi ai conflitti reali. Tutto converge nella tragica scena finale, sotto l’occhio freddo macchina da presa, e dove il confine tra finzione e realtà viene meno.

Da osservatori (di uno spettacolo ma anche di un film) seguiamo il fluire delle vicende del romanzo, in cui Gubbio si fa non solo narratore ma anche regista dello spettacolo interrompendolo con degli “stop!” che rompono la quarta parete e spingere, con momenti di riflessione, il pubblico ad interrogarsi su sé stesso, il rapporto con gli altri e, soprattutto, quello con la tecnologia.

Le macchine, oggi meglio parlare di Intelligenza Artificiale, sono percepite e descritte dall’autore nelle sembianze di mostri che ingurgitano l’anima e la vita, e il conflitto con esse ritorna anche nella parabola del violinista pazzo che Simone Pau descrive a Serafino all’inizio dello spettacolo e del libro.

Il terrore, che per il musicista si trasforma in follia, è quello per una tecnologia che, sempre più avanzata, sopperisce l’uomo non solo nelle funzioni lavorative ma anche in quelle artistiche. Una paura che non è estranea alla società contemporanea, dove molti lavoratori hanno visto la propria professione sostituita dal lavoro di un computer o di un robot, forme evolute della cinepresa a manovella.

Non sono forse i social network anche evoluzioni di quella cinepresa che ruba l’anima, plasma finte realtà e miete vittime vere ed innocenti?

Non siamo anche noi alienati da tutta una serie di notizie informazioni contenuti, ma sempre estasiarci nella purezza e nell’innocenza di una Luisella, come fa Serafino?

Ecco alcuni dei temi che il regista potrebbe averci suggerito scegliendo questo e non altri testi dell’autore agrigentino.

Vincente risulta la scelta registica, guidata dalla direttrice di scena Teresa Cibelli, e realizzata con le luci di Enrico Giordano, il suono di Guido Marziale e il video di Pietro Di Francesco. Luci e musiche dialogano con gli attori, i momenti egregiamente cantati da Roberta Torriero sono una ottima modalità per l’aggiornamento della trama e catturano l’attenzione del pubblico meno attento.

Doveroso menzionare Daniele di Fronzo e Roberta Torriero, le moderne “manovelle” dietro la cinepresa in scena, silenziosa protagonista e focus della riflessione registica. La telecamera funge da simbolo dell’incontro/scontro fra passato e futuro, è punto nevralgico dell’azione scenica, ma anche strumento drammatico: è infatti attiva e proietta sullo sfondo varie inquadrature, che spaziano dai primi piani degli attori, valorizzandone l’attenta mimica, a campi medi che ricordano le scene del cinema in bianco e nero.

Il rumore, alienante, del rullo della pellicola si scontra con l’umanità di Serafino: chi ne uscirà vincitore?

Uno spettacolo che fa dialogare le arti, cinema teatro e letteratura, dando vita ad un debutto originale, in cui un giovane ingegno guarda al passato per dialogare con e del futuro, un’ottima dimostrazione di come sia proficuo sostenere i nuovi talenti e dare loro spazio di espressione.

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©ivan nocera
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