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Francesco Di Leva dialoga con Alessandro Preziosi – 120 anni dalla nascita di Visconti, Speciale Quadro 2026

Alla Villa La Colombaia di Visconti – Forio D’Ischia – il 3 novembre

«Diamo un tempo all’amicizia». È una frase tratta da La peste di Albert Camus, che trova una corrispondenza profetica nell’incontro tra Francesco Di Leva e Alessandro Preziosi alla Villa La Colombaia, nell’ambito di Speciale QUADRO 2026, iniziativa dedicata ai centoventi anni dalla nascita di Luchino Visconti. È proprio sul set de La Cura, adattamento cinematografico del romanzo di Camus diretto da Francesco Patierno, che tra i due attori è nata un’amicizia capace di superare le differenze di carattere e di vissuto. Un legame che, attraverso le parole dello scrittore francese, invita a riscoprire il valore di dedicare tempo agli altri, tanto più in una contemporaneità che sembra incoraggiare l’isolamento, l’autoprotezione e il ripiegamento su se stessi. Quello che prende forma alla Colombaia è così molto più di un’intervista: una conversazione spontanea, attraversata da ricordi personali, esperienze professionali e riflessioni sul mestiere dell’attore, nella quale la semplicità del dialogo lascia emergere una rara concretezza.

Per Francesco Di Leva la Colombaia custodisce un ricordo importante del suo percorso. Ventiquattro anni prima, infatti, aveva frequentato proprio in questa villa un laboratorio di venti giorni con Mario Martone. All’epoca aveva 24 anni e faceva ancora il panettiere; per molto tempo ha temuto di essere in ritardo nel riuscire a trasformare la propria passione in una professione. Oggi, invece, forte dell’esperienza maturata e del confronto costante con i più giovani, riconosce quanto possa essere una fortuna non raggiungere il successo troppo presto. La formazione richiede tempo, occorre leggere, osservare e attraversare la vita, affinché si abbia qualcosa da restituire ai personaggi. Un’affermazione precoce, senza una piena consapevolezza del proprio percorso, rischia altrimenti di essere difficile da sostenere negli anni.

Nella profondità di questo vissuto, si inserisce la riflessione sulla capacità di abitare un personaggio. Di Leva ricorda con ammirazione la prova di Alessandro Preziosi ne La Cura, in particolare nella sensibilità emersa in un monologo di sette pagine, in cui si è lasciato attraversare completamente dal testo. Preziosi racconta di averlo dedicato, in qualche modo, al padre, scomparso in quel periodo. Di Leva, qui, rivela che talvolta una battuta viene pronunciata quasi meccanicamente, mentre il pensiero dell’interprete è già altrove, ed è il pubblico a completare il senso di ciò che vede. Diverso il valore che attribuisce al collega, il quale, durante quel film, seppe abbandonarsi al lavoro senza opporre resistenze. Per stare davvero in questa dimensione, osserva Preziosi, l’attore deve essere un atleta, disponibile a svuotarsi e ad esporsi a una condizione di scomodità: è lì che le cose accadono. Non c’è una spiegazione capace di esaurire il processo creativo, né un’analisi che possa sostituirsi all’intuizione. Occorre fare spazio al proprio istinto, affidarsi a ciò che emerge, senza cercare di controllare ogni passaggio.

Il discorso si sposta così sul rapporto tra interprete e regista, affrontato a partire da due esperienze differenti. Di Leva racconta la difficoltà che talvolta incontra nel dover seguire indicazioni che non corrispondono alla sensazione maturata dall’interno della scena, ma, naturalmente, riconosce la necessità di imparare ad affidarsi maggiormente a chi dirige. Preziosi sottolinea, invece, l’importanza che ciascuno svolga il proprio compito. Per lui è fondamentale incontrarsi con il regista prima di affrontare un film, costruire un rapporto tale da comprenderne il linguaggio e permettergli, a sua volta, di conoscere quello dell’attore. Più che cercare un confronto continuo con gli altri interpreti, gli interessa instaurare con chi dirige una familiarità che consenta di riconoscere insieme ciò che funziona e ciò che non funziona. Del resto, il regista è chiamato a rispondere anche di tutto ciò che accade al di fuori della scena, deve organizzare, prevedere l’imprevedibile e avere ogni cosa sotto controllo. Con ironia, Preziosi osserva che forse è proprio questo il vero lavoro, quello che comporta una fatica concreta, mentre l’attore rischia talvolta di smarrirsi nella propria istintualità. Un ruolo che continua ad attrarlo proprio per la complessità di un mestiere che, per sua stessa ammissione, non pretende di aver compreso fino in fondo.

La confidenza tra i due lascia emergere anche le differenze nei rispettivi approcci alla recitazione, a partire dal modo in cui ciascuno si avvicina alla costruzione di un personaggio. Di Leva racconta di essersi sentito ripetere più volte di «non recitare», un’indicazione che lo ha portato a interrogarsi sul senso stesso della propria formazione: dopo aver trascorso una vita a studiare recitazione, come poteva essergli chiesto di essere naturale? Il suo approccio passa spesso attraverso un’esperienza fisica. Per avvicinarsi a un personaggio sente il bisogno di frequentare gli spazi che lo hanno attraversato, le dimore che ne hanno custodito la storia, i luoghi che lo hanno formato e temprato. Preziosi, invece, cerca riferimenti tornando alle proprie esperienze adolescenziali, alle relazioni, alle letture e a tutto ciò che ha contribuito a costruire il suo sguardo. Si possono sfruttare a nostro vantaggio, dice, «a volte come in maniera prostituente, a volte in maniera cristiana»: un’immagine singolare, capace di restituire la natura imprevedibile con cui i ricordi si depositano e tornano a manifestarsi nel lavoro dell’attore.

Riemergono le affinità tra i due amici quando la conversazione si sposta sul senso del perdono, tematica che Preziosi sta indagando con particolare interesse in vista di un suo nuovo lavoro e sulla quale si interroga Di Leva anche in relazione alla storia di padre Antonio Lo Fredo, approfondita per affrontare il film Nostalgia. Il perdono, concordano i due, non coincide con la semplice volontà di lasciarsi alle spalle un torto. Quella tendenza, propria del napoletano, a minimizzare, a dire «lasciamo stare, è cosa di niente», non basta a cancellare ciò che è accaduto. I rancori riaffiorano, soprattutto nelle dinamiche familiari, dove si continua inevitabilmente a tornare. Per perdonare occorre prima accettare il dolore, riconoscerlo e attraversarlo. Viene ricordata, a questo proposito, anche la dottrina cristiana secondo cui la resurrezione di Cristo è insita nel perdono: una possibilità di rinascita che non passa dalla rimozione, ma dall’accettazione di ciò che è stato.

Una dimensione spirituale, insieme a una profonda attenzione verso l’altro, accompagna l’intero incontro e trova espressione anche nel rapporto con il pubblico, coinvolto spesso e in maniera diretta dai due attori. La loro capacità di abitare la scena si manifesta proprio in questa disponibilità all’ascolto, al guardarsi dritti negli occhi, nel modo in cui sanno accogliere le reazioni di chi li segue e fare spazio anche a ciò che non viene detto. Il silenzio segna così la conclusione della conversazione, quasi fosse l’ultimo movimento di una drammaturgia giunta al suo compimento, prima che cali il sipario sulla storia dei due amici. Non tutto ha bisogno di essere tradotto in parole, talvolta nella pausa, nella possibilità di fermarsi e concedere all’altro il proprio tempo, una relazione trova la sua forma più autentica: «Il resto è silenzio».

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