Recensioni

Il Presidente – di Davide Carnevali, regia di Fabrizio Arcuri e Filippo Nigro

Al Teatro Nuovo di Napoli dal 5 all’8 novembre

«Finché c’è qualcosa da dire, c’è teatro». Il sottotitolo scelto dal Teatro Nuovo per la stagione 2026/2027 sembra trovare una declinazione particolarmente efficace proprio in Il Presidente, lo spettacolo di Davide Carnevali che inaugura la nuova stagione, con Filippo Nigro protagonista e alla regia insieme a Fabrizio Arcuri. Perché, se c’è qualcosa che questo lavoro dimostra con particolare lucidità, è che la politica continua ad avere molto da raccontare, soprattutto quando si trova a fare i conti con le proprie contraddizioni.

Un ex capo di Stato, ormai spogliato della veste istituzionale, ripercorre davanti agli spettatori la traiettoria della propria carriera politica. Non vi è in questo gesto alcuna volontà di catarsi o di ricomposizione etica: la narrazione autobiografica si svela al contrario come un affilato esercizio di autodifesa, in cui i principi fondativi cedono progressivamente il passo alle ragioni del consenso e la conservazione del potere assurge a unico criterio direttivo. L’identità del protagonista finisce così per coincidere con la facoltà di manipolare e indirizzare la percezione collettiva, portando in scena una verità costantemente ritagliata sull’opportunità del momento.

Il Presidente, prodotto dal CSS Teatro stabile di innovazione del Friuli Venezia Giulia, sceglie la via di una radicale essenzialità spaziale: la scenografia curata da Luigina Tusini rinuncia a ogni sovrastruttura decorativa per trasformare la sala stessa nel luogo dell’azione. La scelta della mezzasala costantemente illuminata e l’adozione di un’estrema prossimità fisica abbattono la quarta parete, costringendo il pubblico ad abbandonare la posizione di neutrale osservatore per diventare parte integrante del dispositivo scenico. D’altronde, è lo stesso presidente che nello spettacolo invita espressamente lo spettatore a violare la regola del silenzio ossequioso legato alla rappresentazione teatrale, in favore di una partecipazione attiva, attraverso le provocazioni, le domande e le sollecitazioni che l’attore-politico presenta durante la propria rappresentazione-conferenza.

Su questo terreno di contiguità tra scena e platea si innesta la prestazione interpretativa di Filippo Nigro. L’attore governa con notevole precisione il doppio registro richiesto dalla drammaturgia, muovendosi con naturalezza sul confine che separa la finzione dell’interprete dalla recitazione del politico intento a rappresentare sé stesso. Il lavoro di Arcuri e Nigro segna un’ideale continuità con la ricerca intrapresa in Every Brilliant Thing di Duncan Macmillan, spostando tuttavia lo sguardo dall’indagine intima sulla fragilità individuale alla dimensione pubblica della convivenza civile. Sotto il profilo concettuale, lo spettacolo richiama in modo stringente le analisi di Hannah Arendt in Sulla violenza, laddove la filosofa distingue l’esercizio genuino del potere, radicato nell’agire di concerto di una comunità, dalla sua degradazione ad attività puramente amministrativa. Nel protagonista di Carnevali, il potere ha ormai smarrito qualsiasi funzione formativa di uno spazio condiviso, riducendosi a mera gestione delle aspettative e delle reazioni dei governati.

L’allestimento evita con rigore risposte consolatorie. La forza del lavoro risiede proprio nella capacità di consegnare al pubblico una responsabilità collettiva non eludibile. In questo senso, la comunità costituisce non solo la dimensione sociale al di sopra della quale il politico esprime il proprio concetto di sovranità, ma anche quello spazio di confronto e di valutazione dell’attività politica su cui si innesta una riflessione sulle modalità e sulle forme di esercizio del potere.

Il Presidente si impone così come un’apertura di stagione di spessore, in cui il fatto teatrale recupera la propria vocazione primaria, ossia uno spazio d’interrogazione lucido e rigoroso sui meccanismi che regolano la delega e il consenso nella società contemporanea.

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