Al Teatro delle Persone dal 6 all’8 novembre
Al levarsi del sipario una raffica di vento attraversa il palcoscenico e trascina gli interpreti in un vortice. Sono piegati in senso letterale e metaforico dalle pretese di una società che non conosce pause. L’immagine è netta e dichiara subito la cifra del lavoro. È un teatro concettuale, che sceglie di indagare la frenesia quotidiana adottandone il ritmo, fino a farla diventare forma.
Da questa corrente prende avvio Alice o il mondo alla rovescia, lo spettacolo della Scuola Elementare del Teatro in scena al Teatro delle Persone di Napoli, la sala che la Regione ha restituito alla città proprio quest’anno. In scena ci sono giovani con disabilità fisiche o neurologiche, e il palco lo abitano per intero, senza chiedere permesso. Gli insegnanti restano ai margini, in piccoli ruoli di raccordo, e lasciano ai ragazzi il centro della ribalta. Tra un’azione e l’altra gli sguardi dei ragazzi si cercano, si trovano, si sostengono, un’intesa silenziosa che vale più di molte battute e racconta, meglio di qualunque dichiarazione, un gruppo che si regge a vicenda.
In scena ci sono Annalisa Arbolino, Livia Bertè, Federico Caccese, Stefano Cocifoglia, Simona De Cesare, Gianluca De Stefano, Chiara Alina di Sarno, Pina Farina, Alice Maggioletti, Marino Mazzei, Mara Merullo, Monica Palomby, Tonia Persico, Ariele Pone, Tommaso Renzuto Iodice, Antonio Senese, Jurij Tognaccini e Valerio Venosti.
Dietro le quinte, Davide Iodice firma ideazione, drammaturgia, regia e scene. Daniela Salernitano e Federica Ferreri firmano i costumi, curati fin nel dettaglio e ispirati all’Alice della Disney. le maschere e le tinte nette dei personaggi riportano lo spettatore a un immaginario d’infanzia condiviso.
Quando Alice attraversa lo specchio, primo e ultimo oggetto ad abitare la scena, al centro dello spettacolo sorge un ring. Lì la ragazza finisce al tappeto, e con lei la fantasia. «Il tranello della realtà», ci confida una delle docenti, «si trova nelle parole che attraversano il ring». Sono quattro e colpiscono come pugni: ambizione, controllo, distrazione, mortificazione. Sono avversari senza volto che chiunque in platea ha incontrato almeno una volta, un incontro impari contro le pretese della società.
Sul palco succede moltissimo, a tratti troppo, l’accumulo di azioni sovrapposte e di ingressi incalzanti genera una sorta di bulimia visiva. Rispecchia la sovrastimolazione a cui siamo esposti ogni giorno che lo spettacolo intende denunciare.
Il vero linguaggio del lavoro sono i corpi; attraverso di loro la chiave simbolica si fa più eloquente. Il testo, essenziale, accenna invece al teatro terapia con un tono didattico, segue così un registro diverso da quello scelto per il movimento e seppur i due codici della scena non combaciano perfettamente, lo spettacolo presenta dei momenti particolarmente coinvolgenti e ammirevoli.
Il più riuscito tra questi si è manifestato in un loop costruito in climax. Lo specchio, che in apertura e in chiusura riflette gli spettatori insieme ai ragazzi, viene girato al contrario e il retro presenta una lavagna nera su cui campeggia, tracciata col gessetto, una sola parola, «Realtà». Gli interpreti la attraversano senza sosta, entrano ed escono con movimenti spasmodici, si vestono, si lavano, si tengono pronti, con un ritmo che cresce fino a diventare urgenza. Intanto la domanda si impone con prepotenza: pronti a cosa? Per chi? È la sintesi più potente dell’intero lavoro, e a portarla sono i corpi più che le parole.
Alla fine lo specchio torna a riflettere platea e palco insieme, e per un istante non è più chiaro chi stia guardando chi. Il plauso più sincero va a questi interpreti che con serietà e dedizione si sono consegnati interamente al lavoro dimostrando una sensibilità rara nell’ascolto dei compagni e del pubblico. Lo spettacolo chiedeva «bisogna essere pronti per cosa?», e la risposta ce l’hanno data proprio questi ragazzi: non essere pronti a difendersi o a stare dietro alle pretese della società, ma ad accogliere l’atro e prendersi il proprio spazio.
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