CTF 2026 – Sala Assoli dal 15 al 16 giugno
Cuore di porco è l’ultimo lavoro di Carrozzeria Orfeo, presentato alla Sala Assoli nell’ambito della diciannovesima edizione del Campania Teatro Festival, il quale ha co-prodotto lo spettacolo insieme a La Corte Ospitale e al Centro Teatrale Mamimò.
Fin dal titolo, Cuore di porco richiama una cifra distintiva della compagnia: la scelta di immagini forti, immediatamente evocative, capaci di incuriosire e provocare. Se questa attitudine rimane intatta, a sorprendere è soprattutto il linguaggio scenico adottato che intreccia teatro, video, proiezioni, illustrazione dal vivo e CGI (immagini generate digitalmente). Le illustrazioni e i video sono opera di Federico Bassi e Giacomo Trivellini, la motion graphic di Gloria Marsiglio. Ne nasce una narrazione ibrida e stratificata, nella quale la tecnologia è parte integrante della drammaturgia.
L’azione si sviluppa principalmente su una piattaforma collocata al centro del palcoscenico. Qui Matteo Berardinelli abita lo spazio in un dialogo costante con le proiezioni che prendono forma alle sue spalle, coordinate da Federico Bassi seduto a un tavolo sulla sinistra, e con la voce e le musiche di Massimiliano Setti, presente sul lato opposto della scena. La regia curata dallo stesso Setti e da Gabriele Di Luca offre una finzione teatrale dichiarata e continuamente esibita, ma proprio per questo finisce per diventare quasi invisibile: l’attore si muove con tale precisione all’interno del dispositivo scenico da rendere organica la relazione tra corpo, immagine e suono. Con pochi elementi, minime variazioni fisiche e caratterizzazioni essenziali, riesce a condurre il pubblico attraverso i capitoli della storia. Capitoli, appunto, termine scelto con attenzione, perché la narrazione si presenta come il racconto rivelato della vita di un santo.
Una divinità-maiale appare in sogno a una donna per annunciarle la nascita di un figlio destinato a porre fine alle guerre e a compiere miracoli; il mezzo attraverso cui si manifesterà il suo potere è il tennis. In questa narrazione, più vicina alla tradizione asiatica dell’eletto che al classico viaggio dell’eroe occidentale, si nasconde una riflessione acuta sul presente.
Tra i temi che emergono con maggiore forza vi è quello dell’attesa. La pace attesa con il desidero della fine delle guerre, la dolce attesa della madre che porta in grembo il prescelto, quella del miracolo, della morte e della rinascita; ma anche un’attesa più concreta e percettiva, che coinvolge direttamente lo spettatore, chiamato a seguire il progressivo comporsi dei disegni e delle immagini proiettate prima di comprenderne pienamente il significato. Molteplici stimoli che mantengono viva la curiosità dello spettatore.
Un ulteriore riflessione si pone sul senso di grandezza, in più momenti viene citata “la grandiosità” dei corpi. Un enorme maiale destinato al macello desidera soltanto una morte rapida e dignitosa, ma viene scelto per donare il proprio cuore a un celebre tennista costretto al ritiro agonistico. Sarà proprio quest’ultimo, trasformato in coach, a guidare il più straordinario talento del secolo. Attraverso questa vicenda paradossale, il corpo diventa luogo di sacrificio, eredità e trasformazione.
Tutti i personaggi sono interpretati da Matteo Berardinelli: il coach, il maiale donatore, la madre del santo, fino allo storico rivale che riapre il racconto chiedendo di ripercorrerne le tappe. La credibilità con cui attraversa queste figure tanto diverse non deriva da trasformazioni spettacolari, ma da una precisione attoriale che gli permette di distinguere nettamente ogni presenza. Il sudore che progressivamente ne ricopre il corpo, complice l’esposizione costante alla luce e l’intensità della performance, diventa esso stesso elemento teatrale: testimonianza concreta dello sforzo, della dedizione e della lotta che ciascun personaggio porta avanti nel perseguimento del proprio destino.
La drammaturgia di Chiara Arrigoni, Filippo Capobianco e Francesco Petruzzelli costruisce personaggi animati da obiettivi limpidi e da una profonda consapevolezza del proprio ruolo nel mondo. È qui che Cuore di porco sembra proiettarsi oltre il presente e interrogare il futuro delle nuove generazioni. Se negli ultimi anni il racconto generazionale si è spesso concentrato sull’impotenza e sulla rassegnazione di fronte alle eredità lasciate da chi ci ha preceduto, questo spettacolo immagina invece la riscoperta del bisogno di assumersi delle responsabilità e di partecipare attivamente alla costruzione del proprio tempo. I suoi personaggi non subiscono il mondo, ma cercano ostinatamente di intervenire su di esso per restituirgli una direzione.
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