Recensioni

Quindici ragazzə con qualche esperienza. Di Enzo Moscato – Drammaturgia e Regia Arturo Cirillo.

17 e 18 Giugno Al Ridotto del Mercadante

A partire da Festa al celeste e nubile santuario (1984) e Ragazze sole con qualche esperienza (1985), due opere della prima produzione di Enzo Moscato, Quindici ragazzə con qualche esperienza attraversa alcuni dei temi centrali della sua drammaturgia: la marginalità, il desiderio, l’identità e il sottile confine tra realtà e immaginazione. Pur sviluppandosi attraverso vicende differenti, i due testi condividono uno sguardo rivolto a figure che abitano zone liminali dell’esistenza, sospese tra quotidianità e visione onirica.

Lo spettacolo è tratto dai testi di Enzo Moscato, con drammaturgia e regia di Arturo Cirillo , regista assistente Roberto Capasso e la collaborazione artistica di Annalisa D’Amato. In scena gli allievi attori del secondo anno del Triennio 2024–2027 della Scuola del Teatro di Napoli – Teatro Nazionale. La produzione è del Teatro di Napoli – Teatro Nazionale.

In Festa al celeste e nubile santuario, tre sorelle conducono una vita scandita dalla devozione religiosa e da rigide convenzioni morali. Attorno alla figura di Maria, la sorella muta, si sviluppa un’ambiguità che mette progressivamente in crisi il confine tra fede, desiderio e follia.

In Ragazze sole con qualche esperienza, invece, protagonisti sono personaggi ai margini della società, alle prese con relazioni precarie, necessità di riconoscimento e identità in continua trasformazione. Il travestimento assume qui una valenza che supera la semplice caratterizzazione dei personaggi e diventa metafora di una condizione esistenziale segnata dalla costante ricerca di sé e dell’altro.

Più che sulla narrazione, la messinscena sembra concentrarsi su uno degli aspetti più peculiari della scrittura di Moscato: la musicalità della parola. La trama si assottiglia, lasciando spazio al ritmo del linguaggio, alle sue ripetizioni, alle sue cadenze e alle sue risonanze. Da questa caratteristica nasce una precisa scelta registica: i personaggi non vengono affidati a singoli interpreti, ma condivisi da gruppi di allievi e allieve. La coralità sostituisce così la centralità dell’individuo e il lavoro attorale si fonda sull’ascolto reciproco, sull’intonazione e sulla costruzione di una voce comune. È una soluzione che privilegia il rapporto con il testo e con l’ensemble, allontanandosi da una lettura esclusivamente psicologica del personaggio.

Anche l’impianto scenico segue una linea di rigorosa essenzialità. Pochi elementi abitano lo spazio: alcune sedie, i corpi degli attori e la forza evocativa della parola. È sufficiente questo per costruire immagini e relazioni. La scena diventa un luogo attraversato da presenze, suoni e movimenti che prendono forma grazie al lavoro collettivo degli interpreti. Il gruppo dimostra coesione e attenzione, sostenendo con efficacia la complessa partitura ritmica del testo e restituendo quella dimensione corale che appartiene profondamente alla scrittura moscatiana.

Al centro della rappresentazione emerge con forza il bisogno d’affetto. È una necessità che percorre entrambe le opere come una corrente sotterranea e che accomuna tutti i personaggi, al di là delle loro differenze. Essi cercano amore, comprensione, attenzione; cercano qualcuno che li guardi e li riconosca. Talvolta questa ricerca assume la forma del desiderio amoroso, altre volte quella di una nostalgia materna o di una semplice richiesta di ascolto. In ogni caso, resta il motore più autentico delle loro esistenze.

Anche la violenza, la sopraffazione e gli slanci più estremi sembrano nascere da questa mancanza originaria. Nei personaggi di Moscato convivono fragilità e resistenza, disperazione e ironia. È forse in questa tensione irrisolta che risiede ancora oggi la forza della sua scrittura. La Napoli che emerge sulla scena non è soltanto una città, ma un paesaggio dell’anima, capace di custodire, nello stesso gesto, il dolore del vivere e l’ostinazione del sogno.

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