Recensioni

Le Baccanti di Euripide, regia Theodoros Terzopoulos

Dal 18 al 20 Giugno al Teatro Grande di Pompei

Tra le tragedie più potenti e perturbanti del teatro antico, Le Baccanti di Euripide continua a interrogare il presente con una forza sorprendente. Dioniso torna a Tebe per rivendicare la propria natura divina, mentre il re Penteo rifiuta di riconoscerlo e tenta di reprimere il suo culto. Da questo conflitto tra ordine e istinto, razionalità e desiderio, prende forma una tragedia che conduce alla distruzione del sovrano e alla rovina della sua famiglia.

Presentato nell’ambito della rassegna Pompeii Theatrum Mundi, Le Baccanti di Euripide, nella traduzione di Edoardo Sanguineti, trovano nella regia, nell’adattamento, nelle scene, nelle luci e nei costumi di Theodoros Terzopoulos una lettura di forte impatto visivo e concettuale. In scena Roberto Latini è Dioniso, Alvia Reale Agave, Marco Cacciola Penteo, Enzo Vetrano Cadmo, Stefano Randisi Tiresia, Paolo Musio Corifeo, Gemma Carbone Corifea, Giulio Germano Cervi Primo Messaggero e Rocco Ancarola Secondo Messaggero. Le musiche originali sono di Panagiotis Velianitis. Lo spettacolo è prodotto da Emilia Romagna Teatro ERT / Teatro Nazionale, Teatro di Roma – Teatro Nazionale e Attis Theatre Company.

La lettura di Terzopoulos restituisce tutta la radicalità di un testo che mette in crisi ogni identità stabile. Il travestimento di Penteo costituisce il cuore simbolico della tragedia: il sovrano che pretende di controllare e giudicare si trova costretto ad attraversare il confine che separa il maschile dal femminile, il potere dalla vulnerabilità, l’ordine dall’istinto. In questo passaggio emerge uno dei temi più moderni dell’opera: la fragilità delle categorie attraverso cui l’uomo tenta di definire se stesso e il mondo.

La regia accentua questa dimensione attraverso una teatralità profondamente fisica. I corpi degli interpreti diventano il principale veicolo espressivo della narrazione: il sudore, il respiro, la tensione muscolare e l’esaurimento fisico non sono semplici elementi performativi, ma materia drammaturgica. Ogni gesto sembra generare un’energia che travalica il palcoscenico e raggiunge direttamente lo spettatore, rendendo tangibile la collisione tra pulsione vitale e costruzione sociale.

La follia collettiva delle Baccanti assume così una valenza complessa e stratificata. Non rappresenta soltanto la perdita del controllo, ma anche una forza di liberazione capace di infrangere convenzioni e gerarchie. L’estasi dionisiaca diventa il luogo in cui si manifestano desideri repressi, aspirazioni negate e tensioni accumulate. Quando le donne dilaniano Penteo, il gesto non appare soltanto come un atto di violenza fisica: assume i contorni di una rivalsa simbolica, di un impulso di affermazione che travolge ogni limite imposto dalla ragione.

In questa prospettiva, la tragedia di Euripide si rivela straordinariamente contemporanea. Essa continua a interrogare il rapporto tra ordine sociale e libertà individuale, tra razionalità ed emozione. Significativamente, il testo non offre risposte consolatorie: né Dioniso né Penteo incarnano una verità assoluta. Entrambi portano alle estreme conseguenze la propria visione del mondo, generando una spirale distruttiva che investe l’intera comunità.

Terzopoulos sottolinea questa ambiguità attraverso una scena dominata dal rosso, colore del sangue, della passione, dell’amore e del sacrificio. Il sangue non è soltanto segno di morte, ma metafora di una linfa vitale che attraversa i rapporti umani, alimenta il desiderio e costruisce l’identità degli individui. È la sostanza che lega gli esseri umani tra loro e che, allo stesso tempo, li espone alla sofferenza e alla perdita. 

Emblematica è la figura di Agave che, dopo aver preso parte all’uccisione del figlio, si trova di fronte alla devastante consapevolezza delle proprie azioni. In questo passaggio si concentra tutta la tragedia umana dell’opera, sospesa tra amore e distruzione, passione e dolore.

La messinscena di Terzopoulos restituisce Le Baccanti nella sua essenza più profonda: un viaggio nelle zone più oscure e luminose dell’essere umano, dove desiderio, passione e potere si intrecciano senza trovare una sintesi definitiva. Attraverso la forza della parola e la verità del corpo, il palcoscenico si trasforma in uno spazio rituale in cui l’antico continua a pulsare nel presente. È un teatro che non si limita a raccontare una storia, ma la fa vivere nella carne e nel respiro degli interpreti, lasciando nello spettatore l’eco di una domanda eterna: quanto siamo davvero padroni delle forze che ci abitano?

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