Recensioni

Lo show delle macerie – di Puteca Celidonia ed Emanuele D’Errico

Al cortile del Plesso Froebeliano dell’Istituto Russo-Montale dal 18 al 21 giugno

Lo show delle macerie nasce da uno studio su Il piccolo Principe di Antoine de Saint-Exupéry condotto da Putéca Celidònia con i giovanissimi allievi del corso teatrale InPutéca Recitando e 17 di loro, tra bambini e ragazzi (Carmen Avagliano, Rebecca Biccari, Sofia Cannevale, Benedetta
Ciaramella, Dalila Ciaramella, Sonia Esposito, Marco Grippa, Angelica Pia Marra,
Guido Matrone, Aldo Minei, Gabriele Minei, Joele Montefusco, Lorenza
Montefusco, Benedetta Savino Buonocore, Daniele Silvestro, Francesco Sacco,
Pasquale Sorgente
), sono stati poi scritturati per la mise en scene. Lo spettacolo è corale, al cast di giovanissimi attori, si aggiungono 9 professionisti: Clara Bocchino, Marialuisa Diletta Bosso, Monica Buzoianu, Vincenzo D’Ambrosio, Emanuele D’Errico, Valentina De Giovanni, Matteo Sbandi, Francesca Somma ed Edoardo Sorgente. Tra le tante anime che abitano la scena, anche i generi si susseguono e si contaminano con spoken music, rap, clownerie in un teatro partecipato, di formazione e comunità intrecciando la fiaba contemporanea alla performance site-specific.

L’iniziativa è promossa e cofinanziata dal Comune di Napoli nell’ambito della programmazione culturale 2026/2027 e realizzata con il sostegno del Teatro Pubblico Campano, della Municipalità 3 e con il contributo del Fondo PSMSAD dell’INPS.

Emanuele D’Errico ne firma la drammaturgia e la regia, condividendo quanto sia stato importante il contributo dei ragazzi, in quanto il testo ha preso corpo proprio grazie alle loro riflessioni e dalla loro naturale predisposizione al gioco. Uno degli esempi più esplicativi è una scena in cui i bambini inventano un loro codice comunicativo “per non farsi comprendere dalla maestra”. Laddove gli adulti rincorrono la precisione del linguaggio, i bambini ne esplorano le possibilità.

Lo spettacolo coinvolge il pubblico sin dal suo ingresso. Ambientato nel cortile dell‘Istututo Russo-Montale del quartiere Sanità, offre poche sedie; la platea tradizionale viene quasi annullata in favore di una comunità di spettatori chiamata a restare in piedi, vigile. La scena (Rosita Vallefuoco) si presenta come un paesaggio postumo, un luogo devastato dalle macerie delle guerre, ma anche da quelle più intime dei sogni infranti, delle speranze tradite, della fede smarrita e delle fumose promesse sul futuro. In questo spazio si scava incessantemente, senza un ordine apparente ma con ostinata operosità. Gli attori emergono e scompaiono dalle macerie come spettri della memoria, alimentando un costante senso di meraviglia.

I balconi che circoscrivono il cortile diventano palchi sospesi che dall’alto incombono sulla scena, generando una costante sensazione di precarietà e pericolo. Gli attori che appaiono nella cornice di quelle stanze, nella loro distanza verticale, sembrano tentare di riportare concretezza dentro una dimensione sospesa e onirica; mentre i personaggi con i piedi per terra prendono coscienza della finzione scenica, loro sembrano invece essere stati scritti come creature in balia del disincanto. Le musiche originali di Tommy Grieco, il disegno luci di D. Angeloni e G. Di Lorenzo e i canti curati da G. Montagnaro costruiscono l’atmosfera, amplificando quella tensione tra sogno e rovina che attraversa l’intero spettacolo. Si entra così pienamente in quella sospensione dell’incredulità che permette di vedere materializzarsi davanti ai propri occhi immagini impossibili: bambini che crescono nel tempo di una scena, un soldatino di plastica (Francesca Somma) che prende vita, un aviatore (Edoardo Sorgente) che perde la rotta e cerca disperatamente una via del ritorno.

Fin dalle prime battute, lo spettacolo sembra suggerire che per lasciarsi sorprendere occorra rinunciare alle certezze. Per percepire “l’essenziale invisibile agli occhi” è necessario concedere all’imprevisto di irrompere sulla scena, così come nella vita bisogna imparare a guardare davvero il proprio passato, il presente e ciò che ci circonda. La domanda che attraversa l’intera messinscena è vertiginosa: a che punto siamo arrivati? Inteso sia nella dimensione collettiva che profondamente intima: Come accettare e affrontare la complessità della vita?

l testo è denso, preciso e spietato. Frasi come «siamo bravi a distruggerci i sogni da soli», «piango sempre alla fine del mio cabaret» o «come mi vedi? Piccolo» emergono come frammenti di una riflessione più ampia sulla fragilità umana. L’aviatore che porta con sé il peso e l’onere di ereditare il nome Antoine, autore del Piccolo Principe, svela il meccanismo profondo dello spettacolo, quello di continuare a scavare tra le macerie della vita nel tentativo di comprenderne il significato.

Il viaggio proposto da Lo show delle macerie non contempla il ritorno. Una volta entrati, non è più possibile fare un passo indietro: si procede soltanto in avanti, trascinati da un movimento continuo e quasi ossessivo che richiama il flusso stesso dell’esistenza. I personaggi sono tutti attraversati da una dimensione enigmatica, ma tra loro la Volpe (interpretata dallo stesso Emanuele D’Errico) è quella che progressivamente si lascia scoprire di più. Non appartiene completamente al mondo dell’infanzia né a quello degli adulti: è una figura di passaggio, una presenza che accompagna il protagonista verso una consapevolezza più profonda, ricordando che ogni legame autentico porta con sé anche il rischio e l’accettazione della perdita. Esistenzialista vero, cantato dalla Volpe e disponibile su Spotify, condensa molte delle domande che attraversano la drammaturgia.

Lo show delle macerie pone sulla scena le rovine dell’umanità contemporanea, non nella retorica della disperazione, al contrario, offrendo al pubblico una forma inattesa di consolazione: la consapevolezza di non essere soli nelle nostre sconfitte, nei nostri fallimenti, nei pugni di mosche che talvolta ci ritroviamo tra le mani. Da qui nasce la possibilità del perdono e la necessità di applicare un balsamo alle ferite che ci portiamo dentro.

Crediti

scenografia Rosita Vallefuoco
musiche originali e sound design Tommy Grieco
costumi Giuseppe Avallone
luci Desideria Angeloni, Giuseppe Di Lorenzo
aiuto regia e composizione canti Gianluigi Montagnaro
assistente alla regia Maria Vittoria Landi
actor coach allievi/e Raimonda Maraviglia
aiuto scenografia Trisha Palma
assistenti alla scenografia Alessandra Avitabile, Alessia Russano
fonico Fiore Carpentieri
aiuto fonico Jacopo Santantonio
coordinatrice costumi Patrizia Visone
assistenti ai costumi Raffaella Campanile, Maria Grazia Lettieri
tinture e invecchiamenti Fiamma Benvignati
direttore di produzione Dario Rea
consulenza organizzativa Napoleone Zavatto
assistente di produzione Marialuisa Diletta Bosso
comunicazione Lucia Lippiello
foto Anna Abet

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