CTF – Al Mercadante dal 21 al 22 giugno
Labio de liebre, scritto e diretto da Fabio Rubiano Orjuela, porta in scena una storia profondamente colombiana che, proprio attraverso la sua specificità, riesce a interrogare questioni universali. L’opera affonda le sue radici nel lungo conflitto armato che ha attraversato la Colombia per oltre mezzo secolo, dalla seconda metà degli anni Sessanta fino agli accordi di pace del 2016 tra il governo e le FARC, lasciando dietro di sé centinaia di migliaia di vittime, desaparecidos e sfollati. Non a caso l’opera ha segnato un prima e un dopo nella drammaturgia del Paese, grazie al suo modo acuto e provocatorio di affrontare le ferite lasciate dalla guerra e i temi del perdono, della memoria e della vendetta.
La compagnia Teatro Petra la portò in scena per la prima volta circa dieci anni fa; oggi lo spettacolo approda in Italia nell’ambito della diciannovesima edizione del Campania Teatro Festival. Questa nuova tournée vede un cast guidato dallo stesso Rubiano Orjuela, affiancato da Marcela Valencia, Liliana Escobar, Jacques Toukhmanian, Juanita Cetina, Jorge Iván Rico e Derly Neira.
Lo spettacolo si apre all’interno di una casa trascurata. Un uomo (Fabio Rubiano Orjuela) è abbandonato sul divano davanti al televisore mentre un’anziana donna passa svogliatamente la scopa. Questo fragile equilibrio viene presto infranto dall’apparizione improvvisa di una figura alla finestra: una grottesca testa di lepre, pelosa e sproporzionata, innestata sul corpo di un uomo. È il primo segno di una morte che incombe, anche se il significato di quella presenza resta inizialmente indecifrabile. L’animale sembra richiamare le antiche favole in cui alle bestie era affidato il compito di incarnare le forze oscure del destino e le sciagure che gli esseri umani non riuscivano a spiegarsi. Poco dopo compare un altro visitatore, un uomo affetto da labbro leporino: da qui il titolo della pièce.
La natura di queste visite rimane oscura tanto al pubblico quanto, apparentemente, al protagonista. Solo gradualmente emerge il legame tra i misteriosi ospiti e il passato dell’uomo, fino a rivelare che essi non sono altro che fantasmi venuti a reclamare memoria e giustizia.
La forza del testo risiede proprio nella sua capacità di costruire il racconto per stratificazioni successive. La progressiva ricostruzione degli eventi conduce lo spettatore a interrogarsi non soltanto sulla moralità del protagonista, ma anche su quella degli spiriti che lo perseguitano. Pur mantenendo sempre chiara la distinzione tra carnefici e vittime, Rubiano evita ogni semplificazione e accompagna il pubblico nelle zone più profonde e contraddittorie di entrambi. Le vittime che tornano a visitarlo non sono figure idealizzate né simboli astratti dell’innocenza. L’autore le restituisce nella loro fragilità sociale, segnata dalla povertà e dall’ignoranza che hanno caratterizzato ampie aree della Colombia attraversata dal conflitto. Nella ricerca di una fragile tranquillità hanno talvolta accettato compromessi con la violenza, dentro e fuori casa, senza riuscire a coglierne fino in fondo la portata. È anche per questo che il dramma rifiuta una lettura manichea della realtà: nessuno viene completamente assolto, ma le responsabilità restano profondamente diverse.
Il linguaggio scenico è fortemente simbolico. Le foglie secche che continuano a spargersi sul palco evocano costantemente la morte, ma anche il legame con la terra. Non è un caso che i fantasmi chiedano innanzitutto di sapere dove siano stati sepolti, di vedere restituiti i propri nomi e la propria storia. Ogni apparizione costringe il protagonista a ripercorrere le scelte compiute durante la guerra, trascinandolo in un tormento sempre più ossessivo.
Da parte sua, l’uomo manifesta un ostinato desiderio di giustificarsi. Richiama implicitamente quella che Hannah Arendt definì la banalità del male, sostenendo di aver semplicemente eseguito degli ordini. Cerca inoltre di stabilire una netta separazione tra uomini e animali. Dopo la lepre compaiono infatti altre figure ibride che popolano la scena: una mucca, una gallina, il muso di un cane. Quando il protagonista, visibilmente confuso, urla che esiste una differenza tra esseri umani e bestie, il testo sembra suggerire l’esatto contrario: nell’uomo vive una brutalità animale, mentre nell’animale si riflette un umana sofferenza, incapace di comprendere il senso della morte per la morte. Tutto ciò si sviluppa all’interno di una cornice grottesca e favolistica, evidente anche nella scena formata da cartonati e disegni, quella stessa forma narrativa che da secoli utilizza gli animali per trasmettere una morale.
Particolarmente efficace è il modo in cui lo spettacolo sfrutta i codici propri del teatro. I fantasmi producono fruscii con la voce, costruiscono un crescendo sonoro che rende ancora più eloquente il silenzio, si uniscono e si separano, si abbracciano, baciano, chiedono al protagonista di indossare i loro abiti e finiscono quasi per attraversarlo. È proprio la complessità del dolore che questi personaggi portano in scena a rendere credibile il momento culminante dell’opera. Quando il protagonista prende finalmente coscienza del male compiuto e, in ginocchio a braccia aperte, implora perdono, una sola volta, un’ultima battuta e poi buio. Così lo spettacolo condensa un’enorme densità emotiva; in quell’istante convivono coscienza e assoluzione, vendetta e consapevolezza, pietà e condanna. In questa tensione irrisolta Labio de liebre trova la sua più autentica forza teatrale.
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