CTF – Alla Sala Assoli il 25 giugno
Le luci sulla scena rivelano, poco a poco, tre isole musicali. Corde (Giovanni Seneca), percussioni (Francesco Savoretti) e strumenti a fiato (Mario Crispi) compongono un’atmosfera arcaica, quasi rituale, che prepara l’ingresso di Cristina Donadio. Il suono affonda le proprie radici in tradizioni lontane: il duduk armeno, il kaval rumeno, il ney persiano e il didgeridoo aborigeno dialogano con chitarre e percussioni, restituendo a ogni monologo una precisa identità emotiva. La musica non accompagna semplicemente il racconto, ma ne ricostruisce il respiro, i passi, la memoria.
Appassionata è una viaggio percorso da voci di donne e sulle donne. Si apre con Clitemnestra sotto processo, attraversa Federico García Lorca, incontra la drammaturgia di Enzo Moscato e approda fino a una testimonianza di Medici Senza Frontiere. Qui, significativamente, è una voce maschile a raccontare una donna: una bambina profuga, ostinatamente aggrappata alla vita, capace di resistere a tutto e nonostante tutto. La passione evocata dal titolo assume così molte forme: è amore e odio, desiderio di riscatto, ma anche la forza silenziosa di chi continua a esistere. Le eroine del mito convivono con donne comuni, e i loro destini acquistano il medesimo peso: la sofferenza di Cassandra risuona accanto a quella di una donna che vede negarsi la maternità per la sterilità del compagno, senza che l’una prevalga sull’altra.
La lingua napoletana, o anche soltanto la sua cadenza, riaffiora in quasi tutti i testi, aggiungendo una fisicità che è carne e appartenenza, mentre la componente visiva procede per sottrazione. I colori sono pochi, ma calibrati con precisione. Donadio entra in scena avvolta in un abito rosso, poi attraversa la performance cambiando copricapi, veli e cardigan; tra questi, il primo cambio è una corona d’alloro dorata che assume il valore di un segno più che di un ornamento.
Al centro dello spazio scenico rimangono, silenziosi e incombenti, tre gradini coperti da un velo bianco. Il regista Gigi Di Luca non assegna loro un significato univoco: possono essere un altare, un’ascesa, una soglia, un luogo della memoria. È un’immagine aperta, affidata allo sguardo dello spettatore, coerente con la volontà del regista di costruire questi racconti insieme al pubblico più che davanti al pubblico.
Per tutta la durata dello spettacolo quei gradini rimangono irraggiungibili. Soltanto nel finale Cristina Donadio li percorre. È un gesto semplice, ma sembra condensare il viaggio appena compiuto: come se tutte le donne incontrate durante la serata trovassero finalmente uno spazio in cui riconoscersi, dopo aver attraversato processi, violenze, perdite e rinascite.
Colpisce in particolare l’inizio dell’ultimo monologo. Donadio è di spalle, con le mani strette dietro il corpo, quasi fossero legate. Un’immagine di costrizione che gioca di contrasto con la conclusione del testo, quando il corpo si apre, il petto si distende e la figura ritrova quella fierezza che appartiene tipicamente alle donne del Sud: una dignità conquistata. I petali di rosa che cadono nel finale sembrano un’incoronazione silenziosa, il riconoscimento di un percorso attraversato fieramente fino in fondo.
Dopo gli applausi, lo spettacolo concede ancora un ultimo momento di intensa commozione. Cristina Donadio rende omaggio ad Annibale Ruccello e a Stefano Tosi, suo marito, entrambi scomparsi a soli ventinove anni in un incidente stradale. Sulle note di Ho amato tutto di Tosca, il teatro si raccoglie in un ricordo che supera la rappresentazione. È un congedo intimo, profondamente umano.
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