Pompei Theatrum Mundi dal 3 al 5 luglio
Al Pompei Theatrum Mundi giunge l’Alcesti di Euripide diretta da Filippo Dini e coprodotta da INDA, Istituto Nazionale del Dramma Antico, e dal Teatro Stabile del Veneto, in scena dal 3 al 5 luglio.
La drammaturgia è fedele all’originale, tradotta da Elena Fabbro, le musiche del coro sono firmate da Sonia Bergamasco, costruite a partire dal testo e intrecciate con la scrittura musicale del jazzista Paolo Fresu.
I costumi (Alessio Rosati) e la scena (Gregorio Zurla) sono contemporanei. L’azione si svolge in una lussuosa villa e il coro, che coincide con la servitù e con il popolo di Tessaglia, compiange Alcesti, definita la migliore delle donne, colei che per amore ha donato ciò che di più prezioso esiste: la vita.
Lo spettacolo, dopo il debutto al Teatro Greco di Siracusa con un imponente coro di 49 elementi, approda a Pompei necessariamente ridimensionato nei numeri per ragioni di spazio. Tuttavia, la riduzione a meno della metà dei componenti non ne compromette l’efficacia: la dimensione più raccolta del teatro pompeiano e la verticalità della sua struttura in pietra, valorizzate da un uso sapiente e totale della scena, amplificano l’eco di una spiritualità enigmatica, sublime e imponente, preservando intatto e magnetico lo scambio tra attori e pubblico.
I due brani affidati ad Alcesti, interpretata da Deniz Özdogan, sono un contributo originale dell’attrice. Il primo nasce ogni sera dall’improvvisazione, in una relazione unica con la sensibilità di quella specifica rappresentazione, il secondo è invece la messa in musica di Sığmazam, poesia del poeta Nesimi del XIV secolo il cui titolo in lingua azera significa “non ci sto/non posso essere contenuto”.
Al centro dell’opera si approfondisce proprio il rapporto tra “l’essere e il non essere”, il confine labile e ambiguo tra la vita e la morte, dove presenza e assenza si scambiano continuamente di posto.
La tragedia si apre con una discussione tra Apollo (Alessio Del Mastro) e Thanatos (Luigi Bignone) in merito all’infelice destino di Alcesti che ha scelto di sacrificarsi affinché il marito Admeto (Aldo Ottombrino), re di Fere, possa continuare a vivere preservando la stabilità del regno e l’oikos, dunque la casa, i figli (Giorgio Signorelli e Virginia Cafiero) e la discendenza. La condanna a morte della donna è vissuta nel sentimento sia dagli dèi sia dai sudditi di Admeto, già fonte di dolore prima ancora che ella si sia spenta del tutto.
Admeto è sfuggito alla morte per volere di Apollo, ma un posto nell’aldilà doveva essere occupato. Questo sacrificio avrebbero potuto compierlo anche i genitori del re, i quali però, pur essendo vicini alla morte, mostrano un attaccamento alla vita ben più forte rispetto a quello del figlio e della nuora. Quando celebra il funerale di Alcesti, Admeto dice al padre (Filippo Dini) : “considerami morto”. In questo gesto è evidente il rapporto tra generazioni, tra chi resta e chi rifiuta di lasciare spazio al nuovo. Il vecchio mondo non è disposto a cedere il passo, mentre la giovane coppia sembra abitata da una forma di integrità assoluta, capace di attraversare persino la morte.
Qui il testo si rivela anche profondamente politico, in senso ampio: il conflitto non riguarda solo i legami familiari, ma l’idea stessa di continuità della vita e del potere. Tuttavia questa forza che unisce Alcesti e Admeto è una forma di fedeltà estrema, che si misura proprio nel rapporto con la perdita.
La nobiltà d’animo dei due regnanti è ciò che, nella logica della tragedia, finisce per smuovere anche l’apparente immutabilità del destino. Admeto, ancora fresco del lutto, accoglie in casa Eracle (Denis Fasolo) e, pur devastato dal dolore, mantiene il dovere dell’ospitalità, nascondendogli la verità. Scoperto il lutto e riconoscente per l’accoglienza ricevuta proprio nel momento della morte, Eracle affronta Thanatos e riporta Alcesti alla vita.
La tragedia si conclude in quello che sembra essere un punto d’inizio. La regia di Filippo Dini riesce magistralmente in questo intento. Vediamo infatti Alcesti tornare dall’oltretomba, vestita di bianco e con un velo che le copre il volto. Eracle, quasi come un celebrante, invita Admeto a stringerle la mano. Sembrano così compiersi nuove nozze.
Nell’eccellente interpretazione di Deniz Özdogan, il corpo che ritorna è, però, profondamente mutato. Se prima della morte era provato dalla malattia, fragile e spezzato, ora è un corpo che porta ancora il peso dell’oltretomba, macchiato, tremante e irruento che trova infine sfogo, come detto poc’anzi, nel canto Sığmazam in lingua originale, nella consapevolezza che dopo aver attraversato la vita e la morte, non si appartiene ormai pienamente né all’una né all’altra.
Admeto promette fedeltà assoluta ad Alcesti e proprio questa promessa rende ancora più potente il gesto finale del ricongiungimento. Quando Alcesti riappare, velata e muta, la fiducia diventa uno dei nuclei segreti della tragedia: Admeto stringe la mano a quella che crede una sconosciuta, consegnandosi tanto alla parola dell’amico Eracle quanto a un ordine del mondo che resta indecifrabile persino agli dèi.
In questa prospettiva, la regia di Filippo Dini insiste con particolare efficacia sulla forza restitutiva del rito. Ogni gesto dei personaggi, quando si inscrive in una dimensione rituale, diventa infatti sinonimo di cura e fede, assume un valore quasi fondativo nella lettura dell’essere umano. Non si tratta soltanto dei momenti più eclatanti, come la sepoltura di Alcesti, ma anche dei passaggi più intimi e sottili, come il saluto tra Alcesti e la figlia, o quello tra Admeto ed Eracle, in cui il riconoscimento dell’altro passa attraverso una forma di ritualità quotidiana e profondamente necessaria.
L’indagine di Euripide sull’uomo e sulla verità si condensa dunque alle soglie del sacro: il vero, nella sua natura contraddittoria e instabile, non si lascia fissare in forme definitive e per questo il testo non offre risposte, ma affida senso a riti e simboli. Essi, nelle loro possibili letture, restano mobili e mai univoci, aderendo all’inafferrabilità della condizione umana. Il teatro diventa così il luogo dell’interrogazione, più che quello della soluzione.
Euripide trascorse gli ultimi anni della sua vita alla corte macedone di Archelao, lontano da un’Atene che spesso lo aveva accolto con diffidenza e ironia. Alla sua morte, però, la sua fama ad Atene crebbe rapidamente, fino a farne uno dei tragediografi più rappresentati.
Ancora oggi i suoi personaggi sembrano appartenere al presente e al futuro, senza distinzioni geografiche. L’universalità della storia si percepisce soprattutto grazie alla bravura e la perfetta aderenza degli interpreti con la tragedia. La loro consapevolezza dello spazio e del proprio corpo si compongono in un insieme armonico e intensamente vivo, pur nella forte definizione delle singole individualità. Ne deriva un unico pneuma, un respiro condiviso che attraversa la scena e la tiene unita, senza mai cancellarne le differenze. Si esce con la sensazione di un incanto sottile, come se davvero lo spettacolo fosse stato nelle grazie di una divinità. Forse Apollo, dio delle arti e colui che nel mito mette in moto il destino, si diverte ad assistere, da lontano, al suo stesso gioco.
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