CTF 2026 – Al Cortile delle carrozze di Palazzo Reale il 3 luglio
Nell’ambito del Campania Teatro Festival 2026, nella sezione SportOpera, curata da Claudio Di Palma e organizzata da Vesuvioteatro, Cent’anni di moltitudini si presenta come un laboratorio-spettacolo capace di trasformare il centenario della fondazione del Calcio Napoli in un’indagine teatrale sul rapporto tra una squadra e la comunità che, da un secolo, continua a riconoscersi in essa. Il progetto, a cura di Manuel Di Martino, attinge ai testi di Ruggero Cappuccio, Eduardo Cicelyn, Linda Dalisi, Roberto De Simone, Antonio Ghirelli, Benedetta Palmieri, Anna Trieste e Stefano Valanzuolo, costruendo una drammaturgia corale che attraversa memorie, testimonianze, suggestioni storiche e immaginario popolare.
A Napoli il calcio non è mai stato soltanto uno sport. È un linguaggio condiviso, una pratica identitaria, una forma di appartenenza che oscilla continuamente tra fede e superstizione, tra ritualità collettiva e vita quotidiana. Lo spettacolo restituisce con efficacia questo intreccio, raccontando come il tifo azzurro sia diventato nel tempo uno dei principali strumenti attraverso cui la città ha narrato sé stessa. I cento anni del Napoli finiscono così per coincidere con i cento anni di una comunità che ha affidato alla propria squadra entusiasmi, sconfitte, rivincite sociali e speranze di riscatto.
Sbaglia chi immagina che la storia del Napoli possa ridursi esclusivamente alla figura di Diego Armando Maradona. Lo spettacolo evita intelligentemente questa trappola narrativa. Maradona rimane il sole attorno al quale tutto continua a gravitare, il punto di massima intensità emotiva della memoria collettiva, ma non diventa mai l’unico racconto possibile. È piuttosto il cuore incandescente di un vulcano: un magma che continua ad alimentare l’identità della città anche dopo la sua eruzione più spettacolare. Da quel nucleo originario si dipanano percorsi che conducono naturalmente fino ai successi più recenti, con il ritorno allo scudetto nel 2023 e la conquista del quarto titolo nazionale nel 2025, a dimostrazione di una storia che continua a rigenerarsi senza rinnegare le proprie radici.
Particolarmente efficace risulta la scelta scenografica, affidata agli allievi dell’Accademia di Belle Arti di Napoli della cattedra del professor Luigi Ferrigno. Lo spazio scenico richiama volutamente un luogo sacro: gli interpreti siedono inizialmente su lunghe panche che evocano quelle di una chiesa, in attesa di prendere parola. È un’immagine semplice ma estremamente significativa, perché suggerisce fin dai primi minuti che il tifo napoletano possiede una dimensione liturgica, fatta di gesti tramandati, formule, memorie condivise e una partecipazione collettiva che supera la dimensione del singolo individuo. Non vi è alcuna ironica dissacrazione, ma piuttosto la rappresentazione di una religione civile che appartiene profondamente alla cultura della città.
A dare corpo a questa coralità contribuisce un gruppo di interpreti che affronta il materiale drammaturgico con misura, energia e notevole capacità di trasformazione. Pasquale Aprile, Viviana Curcio, Eleonora Fardella, Simona Fredella, Carlo Gertrude, Valentina Martiniello, Mario Meles, Francesca Piccolo, Dario Rea e Federico Siano costruiscono un racconto collettivo in cui nessuna individualità prevale sull’altra. Ognuno attraversa personaggi, tifosi, narratori e testimoni, contribuendo alla creazione di una moltitudine scenica che riflette quella evocata dal titolo. La forza dello spettacolo risiede proprio in questa coralità interpretativa, capace di dare voce alle infinite sfumature dell’essere napoletani attraverso il calcio.
Le musiche originali di Gianluigi Montagnaro accompagnano il racconto senza mai imporsi, amplificando le diverse tonalità emotive della narrazione e sostenendo il continuo passaggio tra memoria privata e memoria collettiva.
Più che celebrare una squadra di calcio, Cent’anni di moltitudini racconta un fenomeno antropologico. Il Napoli diventa il pretesto per riflettere su come una comunità costruisca i propri simboli, custodisca le proprie memorie e rinnovi continuamente il proprio senso di appartenenza. Ne emerge uno spettacolo che parla certamente ai tifosi, ma che riesce ad andare oltre il calcio, restituendo l’immagine di una città che continua a riconoscersi, da cento anni, nella propria irriducibile moltitudine.
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