Recensioni

IO & L’IA – Regia di Marcello Cotugno

CTF – Alla Sala Assoli l’8 luglio

Io & l’IA ha debuttato in prima assoluta l’8 luglio, alla Sala Assoli, nell’ambito del Campania Teatro Festival, lo spettacolo nasce da un’idea di Nadia Carlomagno, scritto da Fabio Pisano e diretto da Marcello Cotugno.

L’origine del progetto risiede in una sfida profondamente personale. Nadia Carlomagno ha deciso di interrogare l’intelligenza artificiale, spingendola dalle questioni più pratiche fino agli interrogativi filosofici ed emotivi, nella speranza di individuarne un limite, un’incrinatura, un bias che rendesse evidente la distanza tra l’essere umano e la macchina. Il percorso, tuttavia, ha prodotto un risultato inatteso. Più che confermare quella distanza, ha rivelato quanto oggi l’intelligenza artificiale sia capace di restituire l’illusione di essere ascoltati, compresi e perfino desiderati. Una presenza sempre disponibile, capace di alleggerire il peso delle incombenze quotidiane e di offrire l’impressione di poter organizzare ogni aspetto della propria esistenza, fino a far credere di avere il controllo assoluto su ciò che ci circonda. Minimo sforzo, massimo risultato. Ed è proprio in questa promessa silenziosa che si annida la sua forza seduttiva.

Fabio Pisano trasforma questa riflessione in una drammaturgia priva di giudizio sul tema, semplicemente una fotografia dei tempi che viviamo. Osserva con lucidità come il rapporto con la tecnologia possa insinuarsi nella quotidianità fino a ridefinire il modo in cui costruiamo le nostre relazioni.

La protagonista è Lisa, docente universitaria profondamente innamorata della letteratura cavalleresca medievale. È una donna che ha ormai raggiunto quell’età in cui si ha la sensazione di conoscere già il funzionamento del mondo: più risoluta, meno incline ai compromessi e, forse proprio per questo, anche più sola. Ha preso una pausa dal marito e, quasi controvoglia, accompagna un’amica in una serie di speed date. Paradossalmente, questi incontri tra esseri umani appaiono costruiti, ripetitivi e quasi meccanici, molto più artificiali del rapporto che Lisa finirà progressivamente per instaurare con l’intelligenza artificiale. Lisa scopre l’IA seguendo proprio un consiglio dell’amica, come escamotage per velocizzare la preparazione di un discorso accademico.

Intorno a lei gravitano poche altre figure: uno studente che riconosce nella docente una passione autentica e contagiosa per il proprio lavoro, l’anziano padre burbero e un illustre professore universitario, il quale propone alla professoressa di pubblicare l’intervento sviluppato con l’ausilio dell’IA, dedicato alla rilettura del cosiddetto “secolo buio” come epoca, invece, straordinariamente luminosa. Da questo episodio prende avvio la trasformazione della protagonista.

L’approccio iniziale è prudente, quasi diffidente, ma il rapporto con l’intelligenza artificiale evolve secondo una logica perfettamente credibile. L’efficacia dello strumento, la precisione delle risposte, la sensibilità con cui sembra scegliere le parole rendono quella presenza sempre più necessaria. Fino al un punto in cui diventa difficile comprendere dove finisca Lisa e dove, invece, inizi il tentativo inconsapevole di assomigliare alla propria interlocutrice digitale: nella precisione del linguaggio, nella pulizia del pensiero, perfino nella misura con cui sceglie di mostrarsi agli altri.

Anche la regia traduce efficacemente questa progressiva contaminazione tra umano e artificiale. Le figure con cui Lisa dialoga prendono forma attraverso quattro smartphone collocati lungo le diagonali della scena. Su ciascuno schermo compare Emanuele Valenti che, grazie all’elaborazione digitale delle immagini, mantiene intatta la propria espressività ma assume, attraverso maschere virtuali estremamente naturali, le sembianze dei diversi personaggi. Questa soluzione scenica non si limita a sfruttare la tecnologia come espediente visivo, ma la rende, brillantemente, parte integrante del linguaggio dello spettacolo. Valenti si fa protagonista di una prova tanto complessa quanto riuscita; è il continuo passaggio dello sguardo tra il volto reale dell’attore, nascosto dietro i dispositivi, e quello restituito dal video a catturare l’attenzione dello spettatore. Le maschere digitali modificano i lineamenti, moltiplicano i personaggi, ma sotto ciascun volto resta sempre riconoscibile la precisione del gesto, dell’ascolto e dell’intenzione dell’attore.

Altrettanto evidente la complicità con Nadia Carlomagno. È un coinvolgimento che contagia il pubblico e che restituisce il senso più profondo del fare teatro: la disponibilità a mettersi in gioco senza riserve. Colpisce che tutto questo appartenga già a un debutto. Entrambi affrontano la scena con generosità, senza trattenere energie, ricordando quanto ogni spettacolo dovrebbe nascere innanzitutto dal piacere della relazione tra chi recita e chi guarda.

Al centro della scena (Marcello Cotugno) domina un grande cerchio rosso, un tappeto plastificato sul quale trova posto la scrivania di Lisa. Intorno, le diagonali occupate dagli schermi sembrano esercitare continue forze centrifughe sull’attrice. Proprio questa composizione scenografica sembra porre la domanda centrale dello spettacolo: chi siamo davvero? Quel cerchio rosso appare come il tentativo di individuare un punto stabile da cui partire, un luogo dell’identità che resiste mentre tutto, attorno, tende a ridefinirci.

Il progetto ha conosciuto un percorso di maturazione significativo. Presentato inizialmente in forma di monologo durante l’evento IDIA di Città della Scienza, nel settembre 2025, e successivamente al Senato della Repubblica nell’aprile di quest’anno, aveva già suscitato un notevole interesse. Riconoscendone il potenziale, Nadia Carlomagno ha scelto di affidarne lo sviluppo a Fabio Pisano, che ha avuto l’intuizione di intrecciare il tema dell’intelligenza artificiale con la letteratura cavalleresca medievale. Come le chansons de geste inaugurarono una nuova modalità di immaginare il mondo e di costruire l’eroe, così oggi l’intelligenza artificiale sembra segnare l’inizio di una nuova epoca, capace di ridefinire il nostro modo di conoscere, desiderare e persino raccontarci.

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