Al Teatro grande di Pompei dal 10 al 12 luglio
Nell’ambito della rassegna estiva del Pompeii Theatrum Mundi debutta al Teatro grande di Pompei e conclude la programmazione teatrale per l’edizione del 2026 I Persiani di Eschilo, affidato alla regia di Àlex Ollé nella traduzione di Walter Lapini. Prodotto dall’INDA – Istituto Nazionale del Dramma Antico, lo spettacolo sceglie di restituirne tutta la forza politica attraverso un linguaggio scenico contemporaneo, capace di dialogare con il presente senza tradire la straordinaria modernità dell’originale.
L’intuizione registica di Ollé consiste nel trasformare la tragedia della disfatta di Salamina in una riflessione sul collasso di un sistema politico prima ancora che su una sconfitta militare. Non si assiste semplicemente allo scontro tra la Grecia e la Persia, ma al confronto fra due differenti concezioni del potere. Da un lato l’esperienza ateniese, fondata sulla pluralità della polis, sulla partecipazione e sulla distribuzione delle responsabilità politiche; dall’altro l’impero persiano, costruito intorno alla centralità assoluta della figura del sovrano, il cui destino coincide con quello dello Stato stesso. È questa la vera linea di frattura che Eschilo individua e che l’allestimento restituisce con notevole lucidità.
Nel grande consiglio dei dignitari persiani emerge infatti tutta la fragilità di un apparato incapace di immaginare il proprio futuro senza il suo sovrano. La sconfitta di Serse diventa così il sintomo di una crisi ben più profonda: quella di un sistema politico interamente dipendente dalla volontà di un solo uomo. Venuto meno il centro del potere, l’intero organismo amministrativo appare paralizzato, incapace di elaborare strategie, interpretare gli eventi e governare l’incertezza. La tragedia racconta allora non soltanto la rovina di un esercito, ma il fallimento strutturale dell’autocrazia quando viene privata della propria presunta infallibilità.
La traduzione di Walter Lapini contribuisce in maniera decisiva a questa operazione, restituendo un linguaggio rigoroso ma vivo, capace di mantenere la tensione poetica del testo senza rinunciare a una comprensibilità pienamente contemporanea. La parola tragica conserva così la propria autorevolezza e diventa strumento di una riflessione che non riguarda soltanto il V secolo a.C., ma continua a interrogare il nostro tempo.
Di grande efficacia risulta anche l’impianto scenografico ideato da Alfons Flores. Il palcoscenico, volutamente essenziale, si configura come un’austera sala del potere nella quale domina la monumentale statua di Dario, presenza costante che continua a esercitare il proprio peso simbolico anche dopo la morte. L’assenza di elementi superflui concentra lo sguardo dello spettatore sulle dinamiche del confronto politico, facendo della scena uno spazio mentale prima ancora che fisico, nel quale si consuma la progressiva dissoluzione dell’autorità imperiale.
Sul piano interpretativo lo spettacolo trova un equilibrio di raro livello. Anna Bonaiuto costruisce un’Atossa di straordinaria intensità, sospesa fra autorevolezza regale e vulnerabilità materna, capace di incarnare il dramma privato senza mai perdere la dimensione politica del personaggio. Giuseppe Sartori restituisce al Messaggero tutta la tensione tragica della testimonianza, trasformando il celebre racconto della battaglia in una cronaca asciutta e devastante. Alessio Boni conferisce allo Spettro di Dario una solennità quasi sacrale, facendo della sua apparizione il momento in cui la tragedia assume definitivamente il carattere di una riflessione sul limite del potere umano. Massimo Nicolini dà invece vita a un Serse profondamente segnato dalla disfatta, lontano dalla figura dell’eroe e sempre più vicino a quella di un sovrano costretto a confrontarsi con il fallimento delle proprie ambizioni, mentre Marco Maria Casazza guida il Coro con equilibrio, facendo emergere il ruolo della collettività quale autentica coscienza politica della tragedia.
Uno degli elementi più originali dell’allestimento è rappresentato dagli inserti affidati alle figure della Testimone-Madre, della Giovane Donna e del Soldato, interpretati rispettivamente da Simonetta Cartia, Virginia Giannone e Gabriele Antonio Esposito. I loro interventi interrompono il fluire della tragedia classica per introdurre testimonianze che attraversano la storia e le guerre di ogni epoca. Non si tratta di semplici parentesi emotive, ma di dispositivi drammaturgici che ampliano la prospettiva del testo, sottraendolo alla dimensione esclusivamente storica per farne un’indagine universale sulle conseguenze umane della violenza.
Ed è proprio qui che lo spettacolo evita la retorica, oggi spesso prevedibile, dell’antimilitarismo di maniera. I Persiani non si limita ad affermare che ogni guerra sia tragica; propone invece un’analisi del conflitto come collisione tra differenti visioni del mondo, tra modelli di organizzazione politica incompatibili e tra differenti concezioni della responsabilità pubblica. La guerra diventa il momento nel quale le ideologie rivelano la propria consistenza e il proprio limite. La sconfitta persiana rappresenta il crollo di un’idea assoluta del potere incapace di riconoscere i propri confini. In questa prospettiva emerge una riflessione di sorprendente attualità: il vero nemico non è soltanto l’avversario esterno, ma l’illusione dell’invulnerabilità. Ogni potere che smette di interrogarsi sulla propria fallibilità finisce inevitabilmente per produrre le condizioni della propria rovina.
Particolarmente riusciti risultano anche i costumi di Lluc Castells, che privilegiano un’estetica contemporanea, riconoscibile e credibile, capace di avvicinare i personaggi allo spettatore senza impoverirne la dimensione tragica. Le musiche originali di Josep Sanou accompagnano con grande coerenza l’impianto scenico, costruendo una partitura sonora che amplifica la tensione drammatica senza mai imporsi sulla parola, mentre il disegno luci di Marco Filibeck e i contributi video di Joan Rodon contribuiscono a definire uno spazio scenico immersivo ed essenziale.
Per rigore interpretativo, coerenza registica e straordinaria forza visiva, questo allestimento rappresenta senza dubbio una delle prove più alte dell’attuale stagione teatrale, confermando come il teatro tragico, quando incontra una regia capace di ascoltarne davvero la voce, continui ancora oggi a parlare con impressionante precisione alla coscienza dello spettatore.
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