Al Cortile delle carrozze di Palazzo reale l’11 luglio
Ci sono figure della storia che sembrano custodire, nella loro stessa esistenza, il senso di un’epoca ormai conclusa. Maria Sofia di Baviera appartiene certamente a questa categoria: ultima regina delle Due Sicilie, donna simbolo di una monarchia travolta dal processo risorgimentale, ma anche personaggio capace di attraversare il tempo proprio per la forza drammatica della sua vicenda personale. È da questa dimensione sospesa tra storia e memoria privata che prende avvio La scelta di Maria Sofia, il reading tratto dal testo di Vladimiro Bottone e affidato alla voce di Cristina Donadio, presentato nell’ambito del Campania Teatro Festival 2026 all’interno del progetto Il sogno reale – I Borbone di Napoli a cura di Ruggero Cappuccio.
La scelta di un reading appare, in questo caso, particolarmente significativa. Privata della complessità della rappresentazione scenica tradizionale, la vicenda si affida interamente alla parola, alla sua capacità di evocare luoghi, persone e atmosfere lontane. Bottone costruisce un monologo nel quale Maria Sofia, ormai lontana dal regno perduto e immersa negli anni dell’esilio, torna idealmente sui passaggi decisivi della propria esistenza: l’arrivo a Napoli appena diciottenne, il breve e drammatico regno accanto a Francesco II, la resistenza durante l’assedio di Gaeta e poi la lunga stagione dell’esilio che accompagnerà fino alla morte l’ultima sovrana borbonica.
La vicenda storica di Maria Sofia si intreccia inevitabilmente con uno dei momenti più complessi della storia italiana. Sposa di Francesco II nel 1859, in un momento in cui il Regno delle Due Sicilie si trovava ormai al centro delle tensioni che avrebbero condotto all’unificazione nazionale, Maria Sofia divenne rapidamente una figura emblematica della fase finale della dinastia borbonica. La sua presenza a Gaeta durante l’assedio del 1860-1861 contribuì a costruire intorno alla sua figura il mito della regina coraggiosa, capace di condividere fino all’ultimo la sorte del proprio popolo e del proprio regno. Ma il testo di Bottone sceglie una prospettiva diversa: non quella dell’eroina, bensì quella della donna che, molti anni dopo, osserva il proprio passato come qualcosa di irrimediabilmente perduto.
È proprio in questa dimensione più intima che risiede la forza della scrittura. La scelta di Maria Sofia non sembra interessato a proporre una rilettura politica degli eventi risorgimentali, quanto piuttosto a esplorare il sentimento della fine: la consapevolezza di appartenere a un mondo scomparso, di essere custode di una storia ormai consegnata al passato. Gli oggetti, i ricordi, le immagini evocate nel corso del racconto diventano così frammenti attraverso cui una vita individuale finisce per riflettere il destino di un’intera epoca.
Cristina Donadio affronta questa materia con una misura interpretativa capace di valorizzare soprattutto la musicalità della parola. La sua lettura non cerca effetti drammatici immediati, ma procede attraverso una progressiva immersione nel personaggio, lasciando emergere le molteplici sfumature di Maria Sofia: la fierezza della sovrana, la malinconia dell’esule, la fragilità di una donna chiamata a convivere con il peso di una storia più grande di lei. La voce dell’attrice diventa così il luogo nel quale il testo trova la propria dimensione teatrale, trasformando la pagina scritta in una presenza viva.
L’essenzialità della forma, se da un lato riduce inevitabilmente le possibilità di una costruzione scenica più articolata, dall’altro restituisce centralità assoluta alla parola e alla sua capacità immaginativa. È un teatro affidato quasi interamente all’ascolto, nel quale il pubblico è chiamato a ricostruire attraverso il racconto gli spazi di una corte perduta, le atmosfere dell’esilio, il senso di una sconfitta che non coincide soltanto con la perdita di un trono, ma con la dissoluzione di un mondo.
La scelta di Maria Sofia trova dunque il proprio valore nella capacità di attraversare la grande storia attraverso una prospettiva raccolta e malinconica. Vladimiro Bottone e Cristina Donadio restituiscono il ritratto di una donna collocata sulla soglia tra ciò che è stato e ciò che non può più tornare, trasformando la vicenda dell’ultima regina delle Due Sicilie in una meditazione sul tempo, sulla perdita e sul fragile rapporto tra gli uomini e la storia che li attraversa.
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