Dal 24 al 27 Settembre in Sala Assoli
A quarant’anni dalla sua prima messinscena, Mamma-Piccole tragedie minimali di Annibale Ruccello torna a interrogare il presente attraverso quattro figure materne sospese tra solitudine, follia e desiderio di evasione. Scritto e interpretato dall’autore nel luglio del 1986, poco prima della sua prematura scomparsa, il testo conserva intatta una forza teatrale che nasce dalla capacità di trasformare il quotidiano in tragedia e il grottesco in una forma inattesa di poesia.
I quattro episodi — Le fiabe, Maria di Carmelo, Mal di denti e La telefonata — compongono frammenti apparentemente autonomi, ma destinati a ricomporre, alla fine, l’immagine franta di un’unica umanità. Sono madri gelide, isolate, esiliate dalla propria cultura e incapaci di abitare pienamente il mondo reale. Per sopravvivere alla solitudine costruiscono universi paralleli: la religione, la televisione, le telenovelas, il pettegolezzo, la parola stessa diventano strumenti di fuga. In Ruccello, però, il delirio non è mai soltanto follia individuale: è il sintomo di una società che sta cambiando troppo rapidamente e che, soprattutto nelle classi popolari, lascia dietro di sé identità, linguaggi e appartenenze.
La produzione di Casa del Contemporaneo affida la nuova messinscena alla regia e all’interpretazione di Enrico Ianniello, che insieme a Fabrizia Sacchi riporta in scena, a quarant’anni dalla prima rappresentazione, il delirio, la cattiveria e l’insensatezza di queste figure materne, restituendone al tempo stesso la fragile e dolorosa umanità. Una prova attoriale che si intreccia con una regia capace di custodire la natura frammentaria del testo e, insieme, di ricomporne la segreta unità.
La televisione degli anni Ottanta diventa così una nuova mitologia domestica. In Maria di Carmelo, la donna che crede di essere la Madonna custodisce il desiderio profano di essere Orietta Berti; ne La telefonata, l’esistenza sembra dissolversi nel flusso interminabile delle telenovelas e del gossip, fino a trasformare persino i nomi dei figli in echi di un immaginario televisivo. È una modernità che entra nelle case senza bussare e finisce per sostituire la memoria con il consumo, la realtà con la rappresentazione.
Particolarmente feroce è Mal di denti, dove il dolore fisico si intreccia al dolore sociale. La gravidanza della figlia Adriana diventa per la madre una questione di vergogna e di status, fino alla tragedia del suicidio. Qui la comicità si spezza improvvisamente e lascia emergere tutta la crudeltà di un mondo nel quale il desiderio di conservare una posizione sociale può diventare più forte dell’amore materno.
La scrittura di Ruccello procede proprio lungo questo confine instabile: fa sorridere mentre prepara l’orrore, costruisce il grottesco mentre lascia intravedere la disperazione. Il suo linguaggio è materia viva, una cascata di parole che diventa insieme costume, scenografia, corpo e tempo. La parola non descrive semplicemente la realtà: la sostituisce, la deforma, la ricrea, fino a diventare il luogo stesso in cui i personaggi possono ancora esistere.
In questa prospettiva, ogni episodio appare come un frammento di un vaso infranto che, attraverso gli altri frammenti, ritrova una possibile unità. La dimensione fiabesca, soprattutto nel primo episodio, non offre consolazione: viene continuamente contaminata dalla concretezza sporca della storia, dalla marginalità, dalla solitudine e dalla violenza del presente. Ed è proprio in questa contaminazione che risiede la forza poetica del testo.
Il teatro di Ruccello torna così a mostrarsi come uno specchio deformante: riflette il mondo, ma lo restituisce più inquietante, più comico e, proprio per questo, più vero. Mamma. Piccole tragedie minimali è, in definitiva, un’opera sulla solitudine e sulla perdita dell’identità, ma anche sulla necessità disperata di inventarsi un mondo quando quello reale non offre più riparo. Ruccello costruisce piccole tragedie perché sa che l’orrore non abita soltanto i grandi eventi: può nascondersi in una cucina, in una telefonata, in un mal di denti, in una madre che parla troppo. E mentre ci fa sorridere, ci ricorda che dietro ogni risata può aprirsi improvvisamente una voragine.
©️ RIPRODUZIONE RISERVATA
